Il maresciallo Sergio Bazzega

L’INCUBO E LA RINASCITA: IL MARESCIALLO SERGIO BAZZEGA

di Gianmarco Calore

Sergio Bazzega è un maresciallo di Pubblica Sicurezza che vive la sua vita professionale in uno dei peggiori momenti storici della nostra Repubblica: quello del terrorismo eversivo. E’ un Poliziotto che tutti a Milano definivano “di quelli tosti”, uno che sa il fatto suo e che ha imparato a conoscere la realtà locale nelle sue più recondite pieghe. Uno talmente bravo che ben presto, ancora giovanissimo, approda a quello che all’epoca si chiamava “Servizio di Sicurezza”, cioè gli attuali servizi antiterrorismo.

E’ qui che lo troviamo nel 1976 a fare il suo lavoro assieme ad altri colleghi che hanno scambiato l’ufficio per casa; e quando non bastano le indagini a tavolino, via in strada a mettere i bastoni tra le ruote a terroristi sempre più spregiudicati e violenti, sapendo di essere l’ultimo baluardo per la sicurezza delle nostre Istituzioni in pericolo e nella consapevolezza che spesso dovevi giocare “sporco” tanto quanto i banditi che avevi di fronte.

A casa, la moglie e il piccolo Giorgio: una donna forte, abituata alle prolungate assenze del marito; una donna che si era rimboccata le maniche, sapendo di non potersi permettere di trepidare per la sorte del proprio caro ogni volta che in tivvù partiva la sigla dell’edizione straordinaria del telegiornale, vale a dire almeno una volta al giorno. Un bambino al quale era stato fatto capire che il papà era una sorta di eroe, un moderno Superman che usciva di casa ogni giorno per difendere i bimbi come lui dall’orco cattivo.

Ma un brutto giorno tutti quei timori e quelle ansie che con tanta pazienza quella donna aveva imparato a tenere a freno trovano la più tragica delle loro conferme. In un blitz effettuato in un appartamento di Sesto San Giovanni, Sergio viene trucidato assieme al vice questore Vittorio Padovani. L’”imbeccata” era di quelle giuste e l’operazione avrebbe permesso di smantellare una delle “colonne” brigatiste più attive del nord Italia, quella comandata da Walter Alasia. Quel giorno gli uomini del Servizio di Sicurezza arrivano in via Leopardi alla spicciolata. Un servizio di osservazione era già attivo da più di tre giorni, con poliziotti travestiti da spazzini, da postini, da operai del gas che entravano nello stabile con la scusa di un controllo dei contatori. La palazzina in questione è una delle tante anonime costruzioni dell’hinterland milanese: appartamenti a nido d’ape che si affacciano su un fazzoletto di terra dove è stata piantata un po’ d’erba e un paio di piante di begonie fanno la loro timida apparizione. L’impianto di osservazione ha dato i suoi frutti: Alasia è arrivato nel “covo” la sera precedente assieme ad una donna: è il momento buono per agire. L’idea è quella di coglierlo nel sonno: irruzione, neutralizzazione, poi via in questura prima ancora che i vicini possano capire cosa sia successo. Un lavoro “pulito”, una volta tanto.

Ma Alasia è una brutta gatta da pelare: è scampato ad altri tentativi di cattura e ad altrettanti tentativi di fargli la pelle da parte dei suoi “compagni” che non condividevano più l’estrema violenza con cui quest’uomo attuava i piani di destabilizzazione del governo. E’ uno che vive braccato da anni, che è abituato a dormire con un occhio solo e con la mano sempre sulla Skorpion 7,65 dalla quale non si separa neanche quando va in bagno.

I Poliziotti arrivano di fronte all’appartamento. Con un fonendoscopio passano decine di minuti ad ascoltare ogni minimo rumore all’interno: nulla, tutto tace. BANG! Una spallata di un energumeno butta all’aria quella porta di truciolato. “Fermi, Polizia!”, frase di rito gridata chissà quante altre volte…. Ma il sesto senso che sviluppa ogni animale braccato gli aveva fatto prendere una decisione: anziché dormire in camera da letto con la sua compagna, magari facendovi l’amore, la bestia si sistema su una scomoda poltrona imbottita, a due passi dalla porta del bagno e leggermente defilata perché chi entra non la veda immediatamente. E così accade. Quando la porta va giù, lui è già in piedi e brandisce la sua Skorpion alla quale fa vomitare l’intero caricatore: Sergio e Vittorio – i primi due ad entrare – vanno giù subito, colpiti alla testa e al torace. Gli altri colleghi trovano ripari di fortuna e rispondono al fuoco. Alasia riesce per un pelo a farla franca, balzando nel bagno e di lì fuori dalla finestra: ma una raffica di M12 lo abbatte appena fuori dell’appartamento.

Poi ieri.

Un programma qualunque, su una rete qualunque, inciampandovi per sbaglio. Stanno intervistando un ragazzo dai capelli biondi, leggermente ondulati. Faccia da uomo vissuto, uno che ha fatto la “strada” e ne porta i segni. Ma gli occhi no, quelli non mentono: sono gli occhi di un ragazzo buono.

Mi incuriosisco e leggo il suo nome nella didascalia in sovrimpressione: Giorgio Bazzega. E lui racconta la sua storia, legata indissolubilmente a quella del padre. La racconta dal suo punto di vista, anche quando la sua posizione diventa scomoda. Nel frattempo scorrono le foto di famiglia: la più toccante, quella dove Sergio è steso su un lettino a prendere il sole in una calda giornata estiva; il figlio viene ripreso in primo piano mentre sta giocando con un alluce del suo papà che assiste alla cosa divertito. Poi, un’unica foto di famiglia: babbo, mamma e figlioletto in braccio ritratti da un passante che fa uscire una foto sfocata dove si distinguono appena i tratti dei tre: un presagio?

Giorgio racconta che, dopo l’omicidio del padre, tutto cambiò nella sua vita. La mamma, costretta a sobbarcarsi da sola il compito di crescere il proprio bambino, arriva a dimezzare le proprie ore di lavoro, cercando di stargli vicino  e di non fargli mancare nulla con la propria presenza, ma nonostante ciò  l’adolescente che ha soppiantato il bambino prende la via peggiore, cadendo nel vortice della droga. Perde perfino il lavoro. Droga – denaro; denaro – droga: così tutti i giorni.

Un giorno la disperazione di Giorgio arriva ad un tale livello che lui pensa di farla finita. E poi il miracolo. E’ lì, davanti allo specchio del bagno, in mano la lametta per radersi come fa ogni mattina e negli occhi il vuoto quando – come lo ha descritto lui – capisce che quella vita sbandata deve finire. Da quella decisione che Giorgio percepisce come una doccia fredda che lo riporta alla realtà tutto si sistema. Trova una ragazza di cui si innamora perdutamente, le spiega i suoi problemi e lei, lungi dal fuggire, gli si pone accanto e lo aiuta nel difficile percorso di disintossicazione. Giorgio ritrova perfino il lavoro, le cose iniziano a marciare bene.

Ma al suo fianco, come ha più volte ribadito al termine dell’intervista, egli ha avuto sempre suo padre. Ha detto: “Mai come in quel periodo buio ho sentito vicina la figura di mio padre e oggi che sono rinato a nuova vita, se possibile lo sento ancora più vicino a me e alla mia famiglia”.

Giorgio ha visitato l’inferno due volte: la morte del papà prima e la droga poi non gli hanno cancellato quella bontà che traspare dal suo sguardo. Sergio non ha potuto salvare sé stesso, ma non ha permesso che il figlio pagasse per colpe non sue.

Credo sia stato il più bel regalo che un grande Poliziotto abbia fatto al suo piccolo cucciolo.

(per la Redazione Cadutipolizia: Gianmarco Calore)

 

 

Per visionare l’intervista rilasciata dal sig. Giorgio Bazzega alla giornalista Elsa Di Gati e trasmessa da RAI3 il 10 aprile 2008 all’interno del programma “Cominciamo bene” cliccare QUI oppure QUI.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...