Il maresciallo Armando Spatafora

LA PANTERA NERA

Il Maresciallo Armando Spatafora

di Gianmarco Calore

 

Ci sono tantissime leggende metropolitane legate al mondo della nostra Polizia. Alcune sono vere, altre sono frutto di rimaneggiamenti e rivisitazioni nelle quali ciascuno ha aggiunto un po’ del suo, altre ancora sono autentiche “bufale”.

Ma tutte – dico, tutte – contribuiscono ad accrescere il fascino e l’ammirazione che i Cittadini italiani perbene (più qualche raro delinquente con un codice d’onore ancora degno di rispetto) hanno sempre nutrito verso il “Panterone”.

Ogni storia ha avuto per protagonisti Poliziotti e Cittadini, guardie e ladri, il Bene e il Male visti in uno spaccato di vita sempre diverso come sempre diverso è ciascun intervento fatto dalla Volante ogni giorno.

Quella di cui sto per parlare è una storia conosciuta da molti. Una storia che è stata raccontata in mille modi diversi, con mille finali diversi. Una storia che in uno dei suoi risvolti più rocamboleschi non ha mai trovato una conferma ufficiale da parte del Ministero e che quindi si è sempre prestata a una pluralità di versioni che oggi non possono più essere avvalorate o smentite.
Sono passati quasi cinquant’anni da quei giorni movimentatissimi dei primi anni ’60 che vedevano la Polizia della nostra Capitale in prima linea contro una criminalità sempre più arrogante e con sempre meno scrupoli. Gli anni Cinquanta erano passati da poco, ma tutto stava cambiando rapidamente. Troppo rapidamente. Ad un periodo di ricostruzione materiale e sociale post-bellica, che vedeva ancora gente vivere accampata sotto i ponti, in androni fatiscenti, i più fortunati dentro i vagoni ferroviari in disuso stava subentrando un periodo fatto di benessere e di rilancio economico. La radio cantava “Se potessi avere mille lire al mese…”, le carte annonarie stavano diventando un ricordo, insomma, la gente stava cominciando a credere sul serio alla rinascita. Anche il modo di fare Polizia si stava adeguando a queste mutate esigenze sociali: non bastavano più due guardie appiedate o in bicicletta per garantire sicurezza; anche i cosiddetti “blocchi volanti” stavano diventando anacronistici, con quei gipponi rossi carichi di militari appostati nei punti nevralgici della città, con il capopattuglia che ogni mezzora doveva telefonare al comando per sapere se c’erano novità. Le metropoli stavano brulicando di nuova vita, con varia umanità che arrivava da ogni parte della Penisola in cerca di lavoro: Milano, Torino, Bologna… la stessa Roma…. Trovavi appartamenti occupati da trenta, quaranta persone: mai le stesse. Amici, parenti, amici dei parenti…. un ginepraio difficile se non impossibile da districare. Anche perchè dal Sud tra tanta brava gente stava venendo sù anche la delinquenza grazie anche ai provvedimenti di confino attuati per stroncare i fenomeni mafiosi del Meridione.

Roma nel 1960 aveva una volante. 
Sì, avete letto bene: una volante per tutta la Capitale. Era costituita da una rombante Alfa Romeo 1900 blindata di colore nero. Perchè all’epoca nere erano tutte le macchine della Questura; rosse invece quelle della Stradale e del Celere. Era una macchina per quei tempi avveniristica: motore super pompato, cristalli rinforzati, tendine passaruota antiproiettili, tettuccio apribile nella parte posteriore per consentire al gregario di aprire il fuoco con il MAB stando in piedi…. L’auto stazionava prevalentemente in Questura, pronta ad intervenire su chiamata diretta. Non era come oggi, in cui la Volante fa di tutto tranne forse che fare proprio la volante: quando usciva il “Panterone”, tutti sapevano che erano rogne pesanti. Fino alla fine degli Anni Cinquanta il “Panterone” aveva dato filo da torcere ai primi criminali: inseguimenti, sparatorie, sganassoni…. Sì, perchè all’epoca la Polizia non andava tanto per il sottile. All’interno della Squadra Mobile della città capitolina si narra di un tabellone affisso dai Poliziotti e sul quale quando smontavano i vari turni segnavano il numero di proiettili esplosi: alla fine del mese chi perdeva pagava una cena al turno vincitore. Questa però è un’altra storia, un’altra leggenda metropolitana che Roma si contende con Milano, dove pure la Polizia sparava a rotta di collo: anche qui, però, conferme ufficiali non ce ne sono, al di là di qualche ammissione sussurrata a mezza bocca da qualche Collega pensionato.

 
Chi faceva volante a Roma a quel tempo era inquadrato in seno alla Squadra Mobile, una sezione della questura composta da Poliziotti con le controsfere: gente che ne aveva viste di tutti i colori, con gavetta fatta “a rimorchio” del brigadiere più vecchio, quasi sempre a piedi e in estenuanti “porta a porta” per identificare gli occupanti dei palazzi o altre volte a chiacchierare per ore con fruttivendoli, pizzichettai, giornalai e altri “indigeni stanziali” ben lieti di riferire che Peppino il Lungo si era fatto vedere al bar con Gennaro Capocece, sì, proprio quello della rapina dell’anno scorso e che sicuro era tornato sul circuito a fare danni. La Polizia aveva campato per anni sul sistema degli informatori, delle “soffiate” tutte da verificare con estenuanti appostamenti che spesso non portavano a nulla se non ai geloni ai piedi: un sistema che però aveva dato i suoi frutti a chi li aveva saputi aspettare e che mai si sarebbe potuto credere capace di entrare in crisi. Tuttavia fu così.

Dal canto suo, la criminalità metropolitana si era evoluta anche e soprattutto nei metodi di autoprotezione. Aveva per prima cosa lavato i suoi panni sporchi in famiglia: vale a dire, ogni “infame” era stato fatto sparire in modo più o meno eclatante. Parlare con una guardia era diventato pericoloso e le bocche si erano come per magia cucite: nessuno ricordava più nulla, il brigadiere non trovava più il suo caffè corretto all’informazione al solito bar, il fiume in piena delle varie “gole profonde” si era improvvisamente inaridito… anche perchè molte di quelle “gole profonde” erano nel frattempo diventate “gole tagliate”…. In secondo luogo, grazie ad una disponibilità pressochè illimitata di fondi e all’evoluzione della tecnologia, non c’era più bisogno di farsi vedere tanto in piazza quando si voleva organizzare il colpo “gobbo”: solla scorta dell’esperienza sicula, la criminalità si era organizzata gerarchicamente in “famiglie” che si erano spartite il territorio senza pestarsi troppo i piedi. Tutti dovevano mangiare, non era conveniente spararsi tra di loro quando ovunque c’erano mazzette di denaro e gioielli da rapinare. Ecco allora che la criminalità “da sopravvivenza” che quell’unica volante nera era abituata a contrastare si tramutò ben presto in una criminalità di stampo meramente voluttuario: insomma, non si rapinava più per mangiare ma per arricchirsi. Di conseguenza, il livello di pericolosità di questi soggetti aumentò in modo incontrollabile perchè non si guardava più in faccia a nessuno quand’era ora di dare voce alle armi.

La Polizia si trovò spiazzata. Indagini che non progredivano, risultati che calavano, incapacità di dare risposte rassicuranti ai privati cittadini sempre più in balìa di bande di predoni (la “banda Cavallero” giusto per fare un nome) per i quali non faceva differenza tra un direttore di banca vivo o morto. Basti pensare che la prima rapina ad un furgone portavalori avvenne il 27 febbraio 1958 alle porte di Milano, con una sparatoria da far west in pieno giorno e con la Polizia sbigottita di fronte a tale protervia criminale: bottino, 114 milioni dell’epoca. A Roma iniziò a serpeggiare grande malumore tra i Poliziotti “cani da strada”: il loro fiuto sembrava affetto da cronico raffreddore e, oltre a non battere un beneamato chiodo, alcuni di essi per strada iniziarono pure a morirci.

Quando la marea montante del disappunto poliziesco raggiunse i limiti di guardia, l’allora Capo della Polizia Angelo Vicari scese in campo ad incontrare i suoi uomini.
12 gennaio 1962, una mattina piovosa resa ancora più tetra dall’umore degli Uomini della “Mobile” romana. Sono stati tutti convocati in uno stanzone al primo piano. Luci giallastre diffuse dalle lampadine a muro rese ancora più lattiginose dalle sigarette fumate senza sosta; un brusìo continuo interrotto solo da un colpo di tosse o da uno starnuto. Poi improvvisamente il silenzio: entra il Capo. Tutti si alzano in piedi. Non è l’ennesimo discorso retorico, quello di Vicari: è una discussione a doppio senso con i suoi uomini, come si potrebbe fare attorno ad una tavola imbandita la domenica a pranzo. Rispettosamente ma con fermezza, gli uomini della “Mobile” insistono col rappresentare che i mezzi a disposizione della Questura sono ormai obsoleti, superati, antiquati…. Sembra di sentire i discorsi di oggi, vero? E le risposte? Anche quelle, le stesse: non ci sono fondi, il ministero ha altre priorità, e via discorrendo. Fino a quando il Capo, ormai messo alle corde da sbirri che il loro mestiere lo sanno fare fin troppo bene, esasperato dalle loro insistenti richieste sbotta: “Ma insomma, di cosa avete bisogno?”

In fondo alla stanza c’è un uomo. E’ un brigadiere della “Mobile”, un uomo esile, mingherlino ma dagli occhi vispi, attenti. Un sottufficiale conosciuto, rispettato anche dai criminali che ha arrestato a decine. Fino a quel momento è stato zitto zitto ad ascoltare, lasciando che i più sanguigni dei colleghi si scannassero. Termina la sua sigaretta e si alza in piedi, facendo cigolare la sedia:

“Di cosa abbiamo bisogno, eccellenza? Di una Ferrari!”
Cala il gelo in quella stanza surriscaldata. Mai nessuno aveva osato rivolgersi con tale fermezza e arroganza ad un Prefetto, per di più Capo della Polizia. Tutti si girano e lo guardano a metà tra la commiserazione per la sua sorte futura e il rispetto. “Come si chiama, lei?” tuona Vicari. E lui, sempre guardandolo negli occhi: “Sono il brigadiere Armando Spatafora”. Vicari lo guarda per qualche secondo, soppesandone l’uomo oltre che il poliziotto e gli risponde con un’unica frase: “L’avrà!” 
Un giovanissimo Armando Spatafora (il secondo da sinistra) indossa l’uniforme del Reparto Mobile di Foggia (si ringrazia la sig. Carmen Spatafora per il materiale cortesemente fornito)

 


Fino a qui la storia. D’ora in avanti, la leggenda.


Neanche tre mesi dopo dagli stabilimenti Ferrari di Maranello arriva a Roma un esemplare di uno splendido colore nero. E’ una Ferrari 250 GTE carrozzata Pininfarina: sulle porte, la dicitura “Squadra Mobile”; sul passaruota anteriore, il neonato simbolo della Pantera. Insomma, la volante di tutte le volanti: un “mostro” in grado di toccare i 280 km/h. Ed è nera: Pantera tra le Pantere, con un bel lampeggiante sul tettuccio. Assieme ad altri tre colleghi (Carlo Annichiarico, Dalmatio De Angelis e Giuseppe Savi) Armando Spatafora venne spedito a Maranello per frequentare il corso di guida per un bolide da pista, più che da strada. Vi arrivano dopo 6 ore di viaggio a bordo della Fiat 500 di Armando. Ma lui è un Poliziotto che sa già guidare bene: a Maranello gli affinano la tecnica e lo rispediscono a Roma. Diventa consegnatario di quella macchina assieme a quei tre colleghi, unici autorizzati a guidarla. E per la criminalità la musica cambia. Come cambia la fama della Polizia romana: inseguimenti a rotta di collo, ma stavolta la macchina non si lascia seminare. Via Veneto, via Nomentana, sotto San Pietro (“Ma con le sirene spente, per non svegliare il Papa…”). Arresti rocamboleschi, con i fotografi che alternavano quegli scatti a quelli dei VIP della “dolce vita”.

E poi, il mito. Di esso esistono tante versioni. Forse questa è la più veritiera.
E’ una notte di marzo del 1964. “Armandino” è in giro di pattuglia assieme ad un giovane collega. Sono notti da brivido, fatte di rapine e furti nelle case. Ci sono due “merli” da catturare: uno si chiama “lo Zoppo”, l’altro “il Pennellone”. Da anni sono la croce e la delizia di tutti i Poliziotti capitolini: sono due ladri d’auto, soprattutto sportive; ma sono anche i piloti più richiesti dalla criminalità quando c’è da fare un “colpo” veloce e pulito. Chi ha provato a mettere loro il sale sulla coda è finito contro un muro o – alla meglio – dentro un fosso. Armando conosce i suoi “polli”: sa che prediligono il centro storico di Roma perchè riescono a guidare tra quei vicoli a 100 all’ora senza colpo ferire e senza auto strisciare. Colosseo, i Fori, piazza Venezia, poi sù verso la sinagoga e da lì al Pantheon. La città è deserta, il collega sbadiglia…. Poi, improvvisamente, ecco un’Alfa 2500 rossa “tagliare” a cannone verso piazza Navona. Parte l’inseguimento tra stridore di gomme, controsterzi, freni a mano, derapate. La canaglia sa il fatto suo, Armandino riconosce il “tocco” inconfondibile dello “Zoppo”. Ma anche lo Zoppo capisce di non avere a che fare con uno sbirro qualunque: quello non lo molla di un millimetro. Le prova tutte, lo Zoppo: cerca di farsi tamponare, cerca di fare a sportellate, a ponte Milvio si arrampica perfino su un marciapiede. Ma l’altro è sempre lì, con quella sirena che lacera l’aria e che si fa sempre più vicina. Fino a Trinità dei Monti. Qui, si dice che entrambe le macchine passarono su due ruote sopra un paracarro che ostruiva la strada. Vero o no, sta di fatto che proprio sulla scalinata lo Zoppo se la gioca: giù per i gradini con auto e tutto, vediamo se mi segui fin qui! E Armandino? Giù anche lui, con una Ferrari che neanche in una vita sarebbe riuscito mai a comprarsi! Si fanno tutta la scalinata di Trinità dei Monti e alla fine, mentre l’Alfa si trova con 3 cerchioni spaccati, la coppa dell’olio crepata e fumo che esce da tutte le parti, la Ferrari pure scalcagnata gli è addosso. In un baleno lo Zoppo si trova coi ceppi ai polsi: “Brigadiè, ammazza come corri!”

Di questa storia esistono tante versioni. Ognuno ci ha messo del suo proprio perchè il Ministero non ha mai confermato l’evento. Ma non lo ha  neanche mai smentito. Di sicuro c’è solo che alla fine del marzo 1964 la Ferrari 250 GTE è di nuovo a Maranello, ufficialmente per “tagliando”. Ufficiosamente, per sostituzione di una balestra, delle quattro gomme e della scatola del cambio……

 

 

Un’altra foto di Armando Spatafora impegnato in uno dei tanti servizi di pattuglia quando ormai la sua figura era diventata un mito per la Polizia italiana (si ringrazia la sig. Carmen Spatafora per il materiale gentilmente fornito)


Armando Spatafora divenne poi maresciallo, quindi andò in pensione. Terminò i suoi giorni senza clamore, mi piace pensare mentre si gustava ancora la scena della scalinata di Trinità dei Monti in privata beatitudine, con quell’occhietto vispo che lo fece conoscere alla criminalità con il soprannome di “Lince”.
Di quei quattro moschettieri della “Mobile” non so se ne è rimasto qualcuno ancora in vita. Se sì, mi auguro che oggi sia indulgente verso questa povera Pantera azzoppata che sta trascinandosi per le strade d’Italia. Un’Italia così diversa da quella che li vide protagonisti 45 anni fa.
Oggi quella Ferrari – sì, proprio quella! – fa bella mostra di sè al Museo delle Auto Storiche della Polizia. Spesso viene portata in giro per l’Italia e ammirata da generazioni di Italiani che magari non sanno di cosa è stata capace nei suoi anni d’oro. Quando la Polizia era LA Polizia.

 

Una delle ultime immagini del brigadiere Armando Spatafora prima del suo collocamento in quiescenza: sull’uniforme sono ancora presenti i gradi da brigadiere, presto sostituiti da quelli da maresciallo (si ringrazia la sig. Carmen Spatafora per il materiale gentilmente fornito)
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