Il generale, il poliziotto e la morte del Risorgimento

IL GENERALE, IL POLIZIOTTO E LA MORTE DEL RISORGIMENTO
(l’assassinio della Guardia di P.S. Fiorentini – 1867)

di Fabrizio Gregorutti

Trentino, 9 Agosto 1866
Il Generale legge incredulo il telegramma con il quale lo Stato Maggiore gli ordina di ritornare in Italia. Gli uomini ai suoi ordini sanno che manca soltanto un ultimo passo, un’ultima battaglia alle porte di Trento contro le truppe austriache… dopotutto quei volontari in camicia rossa, uomini provenienti da ogni parte della Penisola, sono gli unici soldati italiani che hanno sconfitto gli imperiali nella Terza Guerra d’Indipendenza. Hanno combattuto duramente ma ora Trento, il loro premio è lì, all’orizzonte. Basterà poco, per far ritirare il nemico oltre le Alpi.


Il dispaccio però parla chiaro. La guerra è finita male per l’Italia che deve ordinare il ritorno a casa al suo unico generale vittorioso. L’alleata nel conflitto, la Prussia, ha travolto gli austriaci sul proprio fronte ed ora, raggiunti i propri scopi, esce dalla guerra lasciando da sola l’Italia, con le sue Forze Armate deluse ed amareggiate dalla sconfitta della battaglia di Custoza e dall’umiliante disfatta navale di Lissa. L’Italia si dovrà “accontentare” del Veneto. Una Nazione debole e sola non può fare altro.
Il Generale solleva lo sguardo dal dispaccio dello Stato Maggiore e guarda sconsolato verso Trento, laggiù all’orizzonte. Quindi, con il cuore gonfio di amarezza, il Generale Giuseppe Garibaldi verga un breve telegramma di risposta destinato ad entrare nella Storia d’Italia “Obbedisco”.
Quella semplice parola di nove lettere è il primo passo sulla strada che porterà in poco più di un anno agli scontri di piazza Santo Spirito a Firenze, alle colline di una cittadina laziale chiamata Mentana ed alla morte del Risorgimento

Autunno 1866 – Primavera 1867
Una medaglia.
E’ tutto quello resta al soldato Fiorentini dopo cinque anni di guerre.
L’avrà accettata con orgoglio, come riconoscimento da parte della Patria, grata per i sacrifici sofferti sui campi di battaglia, oppure l’avrà accolta con lo smaliziato cinismo del reduce che considera quel pezzo di metallo come un modo intelligente da parte dell’Esercito di coprire le proprie magagne e ripulire i propri peccati?
La verità è che per il Regio Esercito la Terza Guerra d’Indipendenza è stata un disastro, iniziato con la sconfitta di Custoza nei primissimi giorni di conflitto e terminato con l’inutile ricerca durante le settimane successive di una battaglia risolutiva e vittoriosa che non è mai arrivata. L’elargizione a cascata di decorazioni e promozioni quindi è solo un modo intelligente per coprire o quantomeno attenuare l’umiliazione subita. Le medaglie brillano quindi sul petto di centinaia di soldati, dai principi di Casa Reale (i quali comunque si sono comportati bene sul campo di battaglia) all’ultimo dei fanti. Uno di questi è il soldato Fiorentini.
Di lui le cronache non dicono molto, non sappiamo nemmeno quale sia il suo nome. Chiamiamolo Pietro, per comodità di lettura ma soprattutto per ridargli vita, anche se solo per queste poche righe.
Sappiamo che è lombardo e che “ha combattuto nelle ultime guerre”, come dirà di lui la stampa del 1867 e poichè nei primi anni dopo l’ Unità il servizio militare dura cinque anni, possiamo ipotizzare che sia stato arruolato nel 1861. Anni difficili, durissimi: quel “le ultime guerre” può solo significare che Pietro, prima della Terza Guerra d’Indipendenza, si è battuto nella campagna contro il brigantaggio nel Sud, una guerra civile spietata, con episodi di atroce brutalità da entrambe le parti e capace di fare perdere molte illusioni al migliore degli idealisti.
Quando, cinque anni e due guerre dopo, viene congedato dall’Esercito Pietro lascia trascorrere poco tempo prima di arruolarsi nuovamente, stavolta in Polizia.
Non credere che la Lombardia o più in generale il Nord Italia del 1866 sia un paradiso di opportunità. In quegli anni la fame attanaglia tutto il nuovo Regno, che ha le finanze spossate dalle spese delle guerre d’indipendenza e che “rimedia” imponendo tasse gravose, forse necessarie, ma che schiacciano soprattutto la povera gente. E’ dal Settentrione che gli italiani cominciano ad emigrare per sopravvivere, un torrente di gente disperata che alla fine del secolo diventerà una vera e propria fiumana. I posti di lavoro sono un miraggio per tanti e, come accade spesso nei periodi di crisi, il proprietario di una fabbrica o un proprietario terriero preferisce privilegiare chi per la disperazione si accontenta di quattro soldi invece di chi, conscio dei propri diritti, chiede solo il giusto. Magari come Pietro, un giovane che dopo avere donato cinque anni di vita al suo Paese quando torna a casa, scopre che il suo posto di lavoro è occupato da un altro.
Sì, certo, Pietro può avere scelto il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza spinto da un anelito ideale, da fede nello Stato, dal desiderio di contribuire alla nascita della Nazione. Il Risorgimento è l’epoca giusta per i grandi ideali di patriottismo e la guardia Fiorentini è uomo del suo tempo e quindi forse ha scelto di vestire una nuova divisa per continuare a servire la Patria come Poliziotto. Oppure, più semplicemente, per sopravvivere e per non abbandonare l’Italia per la quale ha combattuto, ha scelto lo stipendio sicuro e l’unico altro lavoro che conosce, quello in uniforme. Viene destinato a Firenze. Mi immagino il suo sospiro di sollievo: la città toscana in quegli anni è la capitale del Regno ed è certamente una destinazione ambita dai poliziotti, non solo quelli settentrionali, sicuramente più del Sud e delle Romagne, dove la violenza, non solo politica, è all’ordine del giorno.

Gennaio – Settembre 1867
L’unico Eroe del Risorgimento davvero popolare in tutta Italia è lui, Giuseppe Garibaldi. Ogni volta che visita una città, viene accolto da folle oceaniche. La gente comune lo ama o quantomeno lo ammira. Ha tutto per colpire l’immaginazione dell’italiano medio, come il coraggio fisico, la sua umanità, il suo idealismo, la sua onestà e il suo “look” guerrigliero. Anche il fatto che spesso le “spari grosse” contro tutto e tutti (la Chiesa e il Papa, Mazzini, Cavour, il Re, il Parlamento)  piace, lo fa percepire come uno del popolo che “le canta” ai potenti e comunque, parliamoci chiaro: noi italiani non siamo cambiati affatto. Ancora oggi amiamo questi personaggi “sopra le righe” che consideriamo “gente come noi”.
Se la gente comune lo adora, ai governi europei, compreso quello italiano, il solo nome di Giuseppe Garibaldi provoca la psoriasi. Sono rimasti leggendari i suoi scontri parlamentari e personali con il Conte di Cavour, il tessitore dell’Unità italiana, come ormai è entrata nella Storia la frattura dei rapporti personali tra lui e Giuseppe Mazzini, il nobile Padre dell’Idea repubblicana.
I Principi preunitari italiani e lo stesso Papa Re consegnerebbero volentieri Garibaldi al boia e all’estero il Generale è visto con sospetto e addirittura odio.
Durante una sua visita in Inghilterra nel 1864 il popolo lo ha accolto da eroe, ma il governo e la Corona britannica hanno tirato un sospiro di sollievo quando è tornato in Patria. Gli austriaci lo vedrebbero volentieri penzolare da una forca e il cancelliere prussiano Bismarck dirà nel 1871 che se lo avesse catturato lo avrebbe fatto volentieri portare a Berlino chiuso in una gabbia.
Giuseppe Garibaldi non ha paura di questi odi e di questi sospetti. Nella sua mente e  il suo cuore c’è solo il pensiero dell’Italia unita e libera (meglio se anticlericale e “spretata”).
Nel 1867 l’Italia è quasi del tutto unita ad eccezione di Trentino, Venezia Giulia e Roma.
Per le prime due non c’è nulla da fare: una spedizione garibaldina nelle due regioni provocherebbe una nuova guerra con l’Austria e l’Italia non è in grado di affrontare un nuovo conflitto.
Meglio puntare verso Roma.
In quel momento la Città Eterna è retta da Papa Pio IX, ma di fatto il vero padrone dello Stato della Chiesa è l’Imperatore dei Francesi Napoleone III il quale mantiene a Roma come “protezione” del Papa un massiccio contingente di “volontari” (sì, certo, come no) d’Oltralpe. Quei francesi sono una minaccia nel cuore della Penisola alla stessa sovranità del nuovo Regno, ma dei geni, tra i garibaldini e il governo italiano, cominciano a pensare che se il Generale guiderà una nuova spedizione e provocherà una insurrezione a Roma, Napoleone III  verrà messo di fronte al fatto compiuto costringendolo a ritirare le proprie truppe… proprio dei geni, non c’è che dire.
E’ così che all’inizio del 1867, benevolmente incoraggiato dal governo Rattazzi e dalla Corte, Garibaldi inizia ad organizzare una spedizione verso Roma. I contatti con i rifugiati politici laziali in Italia gli garantiscono che nella Città Eterna c’è il popolo intero pronto a sollevarsi contro il bieco governo clericale. Basterà dare una spallata ed il millenario potere del Papa Re finirà in polvere, almeno questo è quello che gli esuli giurano al Generale, grande guerriero, grande idealista e grande ingenuo. Il peggio però è che a crederci ci sono anche il presidente del consiglio ed il Re.
La preparazione della spedizione garibaldina prosegue nel corso di tutto l’anno alla luce del sole, venendo armata con i fucili provenienti dai depositi militari, ma a questo punto i francesi cominciano ad insospettirsi e inviano truppe, questa volta regolari, a difesa dello Stato Pontificio.
Il presidente del consiglio Urbano Rattazzi e il Re cominciano a preoccuparsi seriamente e cercano di metterci la classica “pezza” prima che i francesi si incavolino e che nella spedizione garibaldina si infiltrino i repubblicani, trasformando la “questione romana” nell’embrione di una rivoluzione italiana. E’ così che, tra i classici “tira e molla” con i quali la politica del nostro Paese ci delizia da sempre, Rattazzi decide di fermare Garibaldi.
Il 24 Settembre 1867 il Generale viene arrestato dai carabinieri a Sinalunga, nei pressi di Siena e trasferito nella fortezza di Alessandria, sotto buona scorta.
L’Italia liberale si ribella e le piazze si riempiono di gente che protesta vivacemente contro l’arresto di Garibaldi.
Ed è a questo punto che accade qualcosa di strano.

Firenze, martedì 24 Settembre 1867
Le dimostrazioni di piazza dell’800 che non degenerano in vere battaglie urbane, come a Genova nel 1849 e a Palermo nel 1866, si esauriscono quasi sempre in una violenta fiammata nel corso della quale i rivoltosi danno l’assalto agli edifici pubblici in modo rabbioso e disordinato. Spesso i dimostranti scatenano più che semplici sassaiole, autentici uragani di pietre sulle forze di polizia e sanno fare un uso sapiente del coltello mentre le forze dell’ordine per disperdere la folla usano come sfollagente la propria daga, la corta sciabola in dotazione, maneggiata completa del pesante fodero di cuoio. Alla peggio, forze dell’ordine e militari disperdono i manifestanti ( o i “facinorosi” come si dice all’epoca) con delle cariche a cavallo oppure, peggio ancora, usando il fucile. Più di una volta ci scappa il morto, da entrambe le parti.
Ma è una violenza estemporanea, imprevedibile come l’eruzione di un geyser, ma che come un geyser cessa all’improvviso, anche se lascia sul terreno qualche vittima.
Questa volta no.
E’ dalle sette di sera che centinaia di persone si sono addensate in tre punti di Firenze. Ed è qui che accade il primo fatto strano.
Non si tratta solo di cittadini legittimamente indignati, ma come scrive il cronista del giornale clericale “Civiltà Cattolica”, anche di troppe persone “estranee a Firenze”, molte delle quali operai disoccupati provenienti da fuori città e che evidentemente qualcuno ha reclutato con il chiaro scopo di fare confusione.
Il corrispondente fiorentino del quotidiano conservatore milanese “la Perseveranza” che si firma N. riesce a seguire la dimostrazione che diventa sempre più imponente, fino a raggiungere le diverse centinaia di persone che urlano “MORTE A RATTAZZI ! FUORI GARIBALDI! VOGLIAMO ROMA!”. Arrivano in Piazza della Signoria dove disarmano le 5-6 guardie nazionali in servizio (come dice N. “… un picchetto. non si sa perché, troppo esiguo…”). E qui avviene il secondo fatto strano. I militi della Guardia Nazionale si trovano di fronte ad un iradiddio di persone incavolate, quindi chi glielo fa fare di farsi accoppare, giusto? Sbagliato, perché quando parte della folla avanza verso Piazza Santo Spirito dove abita il presidente del consiglio si trova di fronte al comando della Guardia Nazionale e qui i militi, alla vista dei dimostranti, si danno a una indecorosa fuga. Anche qui, perché questi prodi dovrebbero farsi ammazzare, giusto? Sbagliato anche qui, perché i magnifici guerrieri della Guardia Nazionale abbandonano a loro stessi i sei o sette agenti di Polizia in servizio davanti all’abitazione del presidente Rattazzi. E’ casuale? Può darsi ma visto che la Guardia Nazionale è una organizzazione paramilitare rinomata per la sua inefficienza e per la sua inaffidabilità (il cronista N. scrive infatti “…la Guardia Nazionale che in somiglianti trambusti è piuttosto d’imbarazzo che di giovamento…”) beh, qualche dubbio è più che legittimo.
Ora i dimostranti sono nella piazza Santo Spirito e il piccolo gruppo di agenti che deve difendere l’abitazione del presidente del consiglio si ritrova da solo.
Quando il questore di Firenze ha saputo della manifestazione, prevedendo “rogne” ha deciso di inviare tutti gli uomini disponibili a presidiare i punti sensibili della Capitale. Tra loro c’è la guardia di PS Fiorentini, che ora si trova ad affrontare la folla.
Il cronista N. vede i “facinorosi” lanciarsi, “con la furia delle onde in burrasca” urlando selvaggiamente, verso il gruppo di agenti che presidiano l’ingresso del palazzo dove abita Rattazzi. Vede che con efficacia militare i dimostranti separano violentemente gli agenti l’uno dall’altro, isolandoli. Vede una guardia che, mentre sta estraendo la daga, viene assalita da uno dei più violenti tra i manifestanti, forse uno dei suoi capi. L’”eroico” manifestante piomba alle spalle del poliziotto e gli sferra almeno cinque pugnalate al collo. L’agente crolla sul selciato e riesce a trascinarsi per pochi metri, verso l’ingresso del palazzo, prima di morire. E’ Pietro. E’ la guardia Fiorentini. Dopo avere combattuto come soldato durante cinque lunghi anni per la libertà e l’indipendenza del proprio Paese, muore sul selciato di una piazza di Firenze, pugnalato da qualcuno che, a differenza sua, non si è mai battuto davvero per l’Italia.
Prima che l’anima abbandoni il suo corpo riesce a sentire l’urlo dei suoi assassini “VIVA LA LIBERTA’! VIVA GARIBALDI! VIVA ROMA!”
Altri tre agenti vengono gravemente feriti a pugnalate in Piazza Santo Spirito, quella sera. Non si tratta delle vittime di un ordine pubblico andato male.
E’ una strage.
Ora il palazzo dove abita Rattazzi non ha più difese. I manifestanti potrebbero entrare dentro e fare qualsiasi cosa invece, evidentemente soddisfatti del massacro dei poliziotti di guardia, abbandonano piazza Santo Spirito e puntano verso il centro della città. Il cronista N. indignato ed incredulo, assiste allo spettacolo di un “…giovanetto sbarbatello, pulitamente vestito…” che tiene in braccio 3-4 fucili sottratti alla Guardia Nazionale e li consegna a chi li desidera dicendo “Andate e fate il vostro dovere!”. Poi c’è il saccheggio del negozio di un armaiolo da dove i “prodi” fregano (in nome della Libertà, ovvio) una trentina di fucili e pistole dopodichè , così equipaggiati i “difensori della libertà”si dirigono verso la Questura dove cercano di sfondare il pesante portone. Con sarcasmo N. si chiede che cosa i manifestanti pensino di trovarvi all’interno, forse lo stesso Garibaldi in catene? Altri tentano l’assalto a Palazzo Riccardi, sede del Ministero dell’Interno, ma vengono respinti e qui viene arrestato un uomo che cerca di introdurvisi armato di pugnale. Un ufficiale dei Carabinieri sfugge per un soffio al finire trafitto dalla lama di un dimostrante. Si decide di reprimere i facinorosi, ma la Guardia Nazionale non partecipa perché come scrivono i giornali “…si è mostrato inutile e inopportuno chiamar la guardia nazionale: l’affare minacciava divenir troppo serio per essere composto dall’amichevole intervento della milizia cittadina…”. Intervengono reparti dell’esercito e delle forze dell’ordine, che la disperdono con alcune cariche a cavallo ed alla baionetta ed effettuano numerosi arresti. Sembra tutto finito, ma le conseguenze politiche e militari non tardano a farsi sentire.
Il Presidente del Consiglio Rattazzi, travolto dagli incidenti e dalla pessima gestione della spedizione di Roma e dell’arresto di Garibaldi, rassegna le dimissioni poco tempo dopo. E’ la fine della sua carriera politica.
Il Generale viene liberato dalla prigione pochi giorni dopo e riprende ad organizzare la spedizione romana, con un nuovo governo italiano che ha ripreso a sostenerla anche se con le meravigliose sottigliezze della italica politica: al comandante militare delle nostre truppe operanti ai confini con lo Stato Pontificio viene ordinato di sostenere “eventualmente” Garibaldi…ovvero: se la spedizione avrà successo, le truppe del Regio Esercito potranno dargli rinforzo, se invece i garibaldini si troveranno in difficoltà di fronte alla resistenza franco- pontificia, cavoli loro. Come ha scritto Montanelli in quell’”eventualmente” c’è tutta l’Italia.
La spedizione garibaldina inizia alla fine d’ottobre 1867 ed è un disastro.
L’insurrezione della popolazione romana non si verifica. Se vogliamo essere buoni, gli esuli romani in Italia hanno di molto esagerato l’appoggio popolare. Garibaldi tenta ugualmente di giungere nella Città Eterna con i suoi volontari male equipaggiati ma viene bloccato il 3 Novembre dai franco pontifici a Mentana dove 150 garibaldini muoiono sul campo di battaglia.
Garibaldi rientra in Italia, amareggiato dalla sconfitta.
Riemergerà per pochi mesi tra il 1870 ed il 1871 dall’esilio che si è autoimposto a Caprera quando si offrirà volontario al servizio della Terza Repubblica Francese, aggredita dalla Prussia e sarà l’unico comandante delle truppe francesi a riportare vittorie contro gli invasori.
Da allora, sino alla sua morte avvenuta nel 1882, Garibaldi si trasformerà progressivamente in un monumento vivente, amato e rispettato, ma senza più un vero peso politico e militare nella Storia del nostro Paese.
Ma il Risorgimento, con tutte le sue luci e le sue ombre, con i suoi grandi Uomini certo imperfetti ma che avevano donato loro stessi ed a volte anche la loro stessa vita in nome dell’Ideale di un’Italia unita è morto molto prima, assassinato sul selciato di piazza Santo Spirito a Firenze, insieme alla guardia Fiorentini. La mia è un’ipotesi da appassionato di Storia e non di uno storico professionista ma leggendo le cronache di quel terribile 24 Settembre 1867, la mia impressione è che qualcuno volesse la morte di qualche uomo in Divisa, dei morti da gettare ai piedi del Presidente Urbano Rattazzi e di Re Vittorio Emanuele, un atroce messaggio  per costringere il primo alle dimissioni ed il secondo ad appoggiare nuovamente la spedizione verso Roma.
Questa impressione è rafforzata dalla contemporanea esplosione di proteste in tutta Italia, come a Milano, dove alcuni dimostranti vengono arrestati e portati in Questura dove un manifestante estrae un pugnale sfuggito alla perquisizione e accoltella un altro poliziotto il quale è molto più fortunato del suo collega Fiorentini perché la lama viene deviata dal pesante pastrano dell’uniforme, ma è un indizio di come  qualcuno volesse un massacro di uomini dello Stato per costringere governo e sovrano a piegarsi ai suoi voleri. Non dimentichiamoci dell’ufficiale dei carabinieri che durante gli scontri di Firenze rischia di finire ucciso e dell’uomo armato di coltello bloccato davanti a Palazzo Riccardi.
Se questo “qualcuno” è esistito non lo sapremo mai. Di certo non furono Garibaldi ed i vertici delle camicie rosse a provocare la strage di Piazza Santo Spirito come di certo non furono i vertici dell’Italia monarchica di allora.
Forse, come era accaduto nella preparazione della spedizione garibaldina, quando gli interessi delle due parti si erano accordati, anche se disordinatamente, per un fine nobile, quel terribile 24 Settembre fu il giorno in cui un segreto ed inconfessabile legame sotterraneo unì gli elementi fanatici di una parte e gli opportunisti dell’altra, uomini malvagi i cui interessi si trovarono a convergere per cambiare la Storia del nostro Paese. Fu un solo istante, ma bastò.

(Fonti:  quotidiani dell’epoca, principalmente “la Perseveranza” del 26 e del 27 Settembre 1867, ma anche “Civiltà Cattolica”. Si ringrazia l’amico e collega, Ispettore Capo Vincenzo Marangione per la preziosa collaborazione prestata)

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