Il commissario capo Luigi Calabresi

LA DICIOTTESIMA VITTIMA

di Gianmarco Calore

Milano, 12 dicembre 1969. 

E’ una giornata uggiosa quella che si apre sul capoluogo lombardo. La frenesia della grande metropoli è soltanto parzialmente attenuata dalle imminenti feste di Natale: la gente si aggira per le strade cercando di far coincidere i mille impegni di ogni giorno con la corsa agli acquisti dei regali, alternando le ore di lavoro a qualche ritaglio di tempo di corsa tra un grande magazzino e un negozio. C’è quella nebbiolina fastidiosa che si mischia per tutto il giorno a un’altrettanto fastidiosa pioggia che rende i movimenti più rallentati e gli spostamenti più difficili: tram che si snodano lungo i viali in mezzo alle auto, gente intabarrata in cappotti, montoni, impermeabili, eskimi, qualche pelliccia…. L’abbigliamento che traccia invisibili linee di confine tra un quartiere e l’altro, tra una classe sociale e l’altra: Quarto Oggiaro, la Comasina, via via sempre più su fino al Duomo, Porta Venezia, via Montenapoleone, il salotto buono di Milano.

La distinzione tra i vari ceti in questo periodo non è qualcosa di astratto, anzi. E’ un fattore estremamente concreto che la gente vive, respira e pratica in ogni istante della giornata; una scriminante sociale resa ancora più sentita dal fermento che già da qualche anno ha iniziato a scuotere il mondo del lavoro, della scuola, della famiglia e che negli ultimi mesi ha assunto connotazioni politiche preoccupanti. Le piazze d’Italia, ma soprattutto quelle meneghine, sono sconquassate quasi quotidianamente da scontri che alternano studenti e lavoratori in alleanze sempre più strette e con rivendicazioni sempre più comuni: dall’altra parte della barricata, lo Stato italiano in tutte le sue accezioni e accusato di immobilismo di fronte alle accelerazioni politiche e culturali delle nuove generazioni. Non era trascorso nemmeno un mese da quel 19 novembre quando una guardia di P.S. del 3° Celere, Antonio Annarumma, era stata uccisa nel corso di violentissimi scontri con frange estremiste che si erano mescolate a un corteo di pacifici cittadini che stavano manifestando per rivendicare il loro legittimo diritto alla casa. I funerali del militare, che si erano snodati lungo le vie della città con la bara trasportata a passo d’uomo da un camion scoperto della Polizia, erano stati turbati dal gesto di un giovane, un tal Mario Capanna, che aveva gettato un fazzoletto rosso sul feretro: solo l’intervento di un giovane funzionario di Polizia riuscì a salvarlo dal linciaggio della folla che lo aveva inseguito inferocita da un simile affronto, salvo poi dimenticare tutto il giorno dopo.

 

 

Milano, 21 novembre 1969: i funerali della guardia di P.S. Antonio Annarumma (si ringrazia lo studio Farabola per il materiale gentilmente fornito)

Quel 12 dicembre è un venerdì, l’ultimo giorno di lavoro della settimana: pratiche che devono essere chiuse, affari da concretizzare, tutto in fretta: poi, via di corsa a casa per il fine settimana, chiudendo fuori della porta problemi e preoccupazioni. L’albero di Natale, il Presepe, i panettoni e i torroni…. A tutto il resto ci penseremo con l’anno nuovo.

In piazza Fontana c’è una grossa banca, si chiama “Banca Nazionale dell’Agricoltura”: è in realtà il principale collettore di denaro che viene veicolato dalle campagne alla metropoli per essere investito nello specifico settore agroalimentare. Quel pomeriggio l’istituto è pieno zeppo di gente, tutta indaffarata a chiudere transazioni e a depositare titoli e denaro: c’è da fare in fretta, ma del resto la fretta a Milano è la regola. La banca occupa un imponente edificio storico: da un portone posto tra due colonne si accede a un ampio atrio interno e da questo alla banca vera e propria. Atmosfera austera, poco spazio al superfluo: impiegati seduti a spartane scrivanie in legno, con i libri mastri e le calcolatrici meccaniche che emettono quel rumore metallico migliore espressione del denaro frusciante che viene depositato. Brusio, il fumo di qualche sigaretta, l’odore della pioggia sporca di smog che ogni tanto penetra all’interno quando la gigantesca porta a vetri viene aperta. Al centro della sala principale c’è un grande bancone su cui la gente può scrivere, appoggiare i propri effetti, magari leggere il giornale in attesa del proprio turno allo sportello. Nessuno nota una borsa di pelle nera adagiata sotto quel tavolo: ma del resto chi ha il tempo di farlo, soprattutto quando le borse di pelle nera sono la normalità in un simile ambiente? Alle 16:37 un lampo di luce bianca seguito istantaneamente da un’esplosione di inaudita violenza miete in un colpo solo diciassette vite umane e ne ferisce un’altra ottantina. Il clima natalizio che avvolge la città in una falsa assicurazione di pace e bontà viene spazzato via dall’onda d’urto di quella bomba e dalle sirene di Polizia, Carabinieri, ambulanze e Vigili del Fuoco. Non c’è più sicurezza da nessuna parte, questo è il messaggio che i Milanesi percepiscono per primo. Edizioni straordinarie di telegiornali, le prime ricostruzioni, dal Parlamento si susseguono i messaggi di cordoglio dei politici. Milano piomba in un incubo senza precedenti. Si fa subito strada la pista anarco-insurrezionalista: siamo ancora un po’ lontani dall’avvento delle Brigate Rosse e tutti gli attentati finora rivendicati avevano portato in quella direzione: prove di regia ne erano state fatte anche poco prima, addirittura pochi giorni prima con esplosivo trovato a bordo di treni o malamente celato in cestini dei rifiuti; addirittura quello stesso giorno era stato preso di mira l’Altare della Patria giù nella capitale e sempre a Roma si erano già contati tredici feriti in un’esplosione avvenuta nel sottopassaggio tra via Veneto e San Basilio; una seconda deflagrazione avviene quasi in simultanea in piazza Venezia e un’altra bomba inesplosa era stata disinnescata alla Banca Commerciale di Milano. Tanta gente, forse troppa, con facce sospette per nulla camuffate e che ostentava con molta arroganza quel giornaletto, come si chiama… ah, già: “Lotta Continua”! Dove comparivano quei ceffi, dopo poco veniva trovata una bomba, spesso roba artigianale fatta con polvere da cava o cordite malamente assemblata. Ma ugualmente letale. E l’Italia si trova improvvisamente sotto assedio con cinque attentati nello stesso giorno tra Roma e Milano.

 

 

Milano, 12 dicembre 1969. Dall’alto, l’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura e i successivi sopralluoghi delle Autorità (si ringrazia lo studio Farabola per il materiale gentilmente fornito)

La sera del 12 dicembre 1969, quando ancora i soccorritori stavano operando all’interno della banca, il questore di Milano Marcello Guida va in televisione e in una conferenza stampa indica da subito la pista anarchica come l’unica percorribile assicurando nel contempo che giustizia sarebbe stata fatta. In questura a Milano c’è un giovane funzionario di Polizia: è il commissario capo Luigi Calabresi, uno tosto che il suo lavoro lo sa fare davvero bene, tanto da essere approdato in appena quattro anni all’Ufficio Politico, l’attuale DIGOS. E’ l’uomo che ai funerali di Annarumma aveva salvato Mario Capanna dal linciaggio. Il commissario Calabresi si era distinto per la sua tenacia e per i suoi metodi risoluti nella gestione dei delicati servizi di ordine pubblico che in quegli anni preoccupavano più di ogni altra cosa: è un uomo dinamico e risoluto che, accanto ai tradizionali metodi di indagine, ne affianca altri di non codificati ma di sicuro successo; metodi derivanti dal buon senso e da quell’intuito investigativo così particolarmente innato da renderlo subito un funzionario di punta tra tutti i colleghi della questura. E infatti il questore affida a lui immediatamente le indagini: si dice che in una concitata riunione al secondo piano di via Fatebenefratelli, Guida gli avesse dato carta bianca. Calabresi si mette subito al lavoro, circondato da altri funzionari non meno in gamba di lui. In quegli anni non esistevano intercettazioni telefoniche o ambientali; non c’erano cellulari ma telefoni a gettone; non esisteva internet ma rivendicazioni in ciclostile battute a macchina su carta velina. Calabresi sguinzaglia i suoi segugi che vanno a “spremere” tutti gli informatori, senza sosta, senza mangiare o dormire, 24 ore su 24. E i primi risultati non tardano ad arrivare. Già la notte del 12 dicembre in questura ci sono più di ottanta fermati, gente proveniente essenzialmente dal circolo anarchico “22 marzo” e già schedata come sovversiva. Tra essi figura anche un ferroviere con numerosi precedenti specifici: si chiama Giuseppe Pinelli, anche lui è uno tosto, uno che non si fa intimorire dai metodi sicuramente rudi con cui vengono condotte le indagini. Il suo interrogatorio, iniziato quella notte, si protrae per tre giorni senza sosta: un “torchio” deciso a fronte di diciassette morti innocenti. Ma succede qualcosa di inaspettato: la mattina del 15 dicembre Pinelli precipita dalla finestra di uno degli uffici della squadra politica e muore. L’inchiesta subito avviata dal procuratore D’Ambrosio attribuisce il fatto a una fatalità: Pinelli si era sentito male e, sporgendosi dalla finestra cui si era affacciato per prendere una boccata d’aria, era caduto giù. In quel momento il commissario Calabresi non era nemmeno nella stanza dell’interrogatorio, come verrà stabilito. Ma serve un capro espiatorio e chi meglio di lui, che già era nell’occhio del ciclone per la sua risolutezza operativa, poteva essere indicato come il responsabile se non materiale almeno morale di questo fatto?

 

Calabresi muore quel giorno: il 15 dicembre 1969.

 

Muore come funzionario. Progressivamente isolato dai suoi stessi colleghi che iniziano a evitarlo, dai suoi superiori che lo guardano con sempre maggiore sospetto, dal mondo politico che non ha mai preso una posizione a difesa di uno dei suoi migliori servitori. Sui muri di Milano iniziano a campeggiare con sempre maggiore insistenza frasi di condanna a morte firmate dalle solite sigle; nei comizi della sinistra extraparlamentare un esponente di “Lotta Continua”, Adriano Sofri, blatera come la morte di Calabresi sarebbe un atto di legittima difesa per Pinelli. A casa Calabresi il telefono inizia a squillare sempre più a vuoto: telefonate mute che suonano peggio di qualsiasi minaccia perchè con il loro silenzio dicono ai suoi componenti: “Sappiamo dove siete”. Ma Luigi Calabresi non molla, neanche quando la vedova Pinelli lo denuncia per omicidio e a suo carico si aprono almeno due procedimenti disciplinari interni che creano malumori e veleni tra i corridoi di via Fatebenefratelli. Calabresi continua ad andare dritto per la sua strada con la coerenza di sempre anche quando le sue mansioni di funzionario vengono limitate ad attività marginali. Perchè intanto l’attentato di piazza Fontana viene inquadrato politicamente in una nuova cornice che chiamano ora “strategia della tensione”: in un’ottica politica frange estremiste mirano a destabilizzare il Paese evidenziandone i limiti e l’inadeguatezza attraverso attentati sempre più efferati in grado di colpire chiunque e ovunque. Contro Calabresi parte una campagna mediatica di attacchi senza precedenti per un uomo dello Stato: articoli di giornale, dibattiti pubblici, trasmissioni televisive, l’intellighenzia composta da filosofi, sociologi, tuttologi e varia umanità lo trascinano in una sorta di girone dantesco in cui il funzionario continua a muoversi con disinvoltura, sempre a fronte alta. Ma sempre più solo. A confusione si aggiunge confusione: la pista anarchica viene ben presto messa in discussione additando come mandanti ed esecutori soggetti appartenenti all’opposta corrente neofascista di “Ordine Nuovo”. La gente comincia a non capirci più nulla. Ma la confusione torna utile a molti, soprattutto a livello politico.

Il panorama politico che si stava delineando già da qualche anno vedeva infatti una Democrazia Cristiana, fino ad allora il primo partito politico italiano, sempre più in crisi: una continua emorragia di voti che migravano da Piazza del Gesù a via delle Botteghe Oscure rafforzando un partito politico da sempre avversato e tenuto lontano dalla “stanza dei bottoni”: il Partito Comunista Italiano. Da un po’ di tempo, inoltre, c’è un personaggio politico della corrente sinistrorsa della DC che ha capito che è inutile persistere in uno scontro frontale tra scudo-crociati e comunisti. Per la prima volta viene tentato un dialogo che alla lunga avrebbe dovuto portare a quel clima di convergenze parallele che avrebbe visto un governo di conciliazione tra DC e PCI. Per molti, un abominio. L’uomo politico si chiama Aldo Moro, il suo progetto verrà chiamato “compromesso storico”. Una simile idea sta facendo tremare le vene ai polsi a più di qualche compagno di partito di Moro: ma in quegli anni la politica era fatta di frasi sibilline e messaggi subliminali, non come adesso in cui quanto più si urla tanto più si viene ascoltati. La strategia della tensione evidenzia quindi da subito la sua logica, ma anche i suoi limiti fatti da evidenti contraddizioni: alcuni analisti politici la rinominano “strategia della sopravvivenza” alludendo alla regia di potenti esponenti DC che si avvalgono di frange deviate dei Servizi Segreti usate per reindirizzare con la violenza le preferenze politiche distolte dallo scudo-crociato e indirizzate altrove. Si voleva dire:”Votate a destra e a sinistra, avete abbandonato la DC e non vedete a chi state dando i vostri voti? A una manica di violenti senza scrupoli!” Una simile strategia di sopravvivenza colpiva indiscriminatamente PCI e MSI a tutto occulto vantaggio del partito di sempre. La politica si combatte anche così e in guerra ogni metodo è lecito quando ne va della tua vita.

In un quadro così ampio, l’attentato di piazza Fontana (senza nominare gli altri) e le figure di Pinelli e Calabresi diventano due micro ingranaggi di una macchina perversa il cui moto era diventato inarrestabile. Ingranaggi gestiti e manovrati da altri ancora più grandi in una sequenza piramidale di cui non si vedrà mai il vertice.

 

Il Commissario Capo di P.S. Luigi Calabresi e la notizia del suo assassinio dato dalla stampa

Calabresi alla fine muore anche come uomo. La mattina del 17 maggio 1972 il commissario si alza di buon’ora, in tempo per fare colazione con la moglie Gemma. Di quel giorno resta un particolare non da tutti conosciuto. Calabresi si veste con la sua solita inappuntabile precisione: un completo grigio su cui arditamente appone una cravatta rosa. Dopo avere dato un bacio alla moglie, esce per recarsi al lavoro. Tuttavia qualcosa lo fa rientrare in casa. Quel qualcosa è il suo desiderio di cambiarsi improvvisamente quella cravatta rosa che viene sostituita da una più sobria di colore bianco. Alla moglie, che lo osserva con uno sguardo tra il serio e il divertito, si giustifica dicendo: “Voglio una cravatta bianca perchè il bianco è il colore della purezza”. Sono le sue ultime parole. In strada c’è un commando terrorista che lo attende e che non gli dà nemmeno il tempo di salire sulla sua 500. Calabresi, da molti considerato dopo il caso Pinelli “un morto che cammina”, viene trucidato con cinque colpi di pistola, diventando a tutti gli effetti la diciottesima vittima di piazza Fontana.

 

La storia prosegue con anni di indagini, processi, accuse, incarcerazioni: nomi come “Lotta Continua” e “Ordine Nuovo” continuano a rincorrersi fino a tutti gli anni Novanta. Trent’anni di indagini che hanno dovuto spesso ripartire da zero. E zero è rimasto il numero dei responsabili di quella maledetta bomba di Milano. Una storia di fantasmi in cui la giustizia si è impantanata nelle paludi della politica di comodo, vera “eminenza grigia” pronta a intervenire quando gli inquirenti si avvicinavano troppo alla verità. E non solo gli inquirenti: piazza Fontana allunga i suoi tentacoli anche sull’omicidio Moro e sulla sparizione di quel famoso suo memoriale in cui indicava proprio nei servizi deviati la responsabilità di quell’eccidio.

L’Italia continua a rimanere il Paese dei misteri: un Paese che formalmente non riesce a rendere giustizia a quelle innocenti vittime del suo stesso perverso sistema di potere. Un Paese che formalmente arriva ad alzare bandiera bianca evidenziando così quella stessa inettitudine e impotenza che proprio la strategia della tensione voleva negare attribuendola invece ai soliti “estremisti eversivi”. Tutto questo, formalmente. Perchè in realtà i morti di piazza Fontana e il commissario capo Luigi Calabresi si collocano in una precisa ottica di mantenimento incondizionato del potere politico: la strategia della sopravvivenza.

 

Sono passati quarant’anni da quel 12 dicembre. Nessuno ha colpa, non ci sono responsabili quasi che quella bomba sia stata lì da sempre. Quarant’anni, diciotto vittime: con l’impressione latente di essere stati tutti presi in giro.

Per la redazione Cadutipolizia: Gianmarco Calore

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