Il commissario Amilcare Salemi

LA PISTOLA SILENZIOSA

di Gianmarco Calore

Savona, sera del 16 novembre 1946.

In una saletta dell’albergo “Genova” un uomo sta terminando la propria cena. E’ solo, come sempre. E’ conosciuto, da sempre. E’ uno di poche parole, un “buonasera” quando arriva, un “arrivederci” quando se ne va: il cameriere che lo serve sa bene che non è il caso di indugiare in confidenze o in eccessivi salamelecchi. Quell’uomo da tempo cena regolarmente da loro: non ha eccessive pretese se non la necessità di un tavolo defilato e non ha mai creato alcun problema né col servizio né con la cucina. Il cliente ideale, insomma.

L’uomo come d’abitudine al termine della cena piuttosto spartana si concede un momento di relax accendendosi la pipa: subito l’ormai consueto aroma di Cavendish pervade la stanzetta creando una cortina lattiginosa che contribuisce a rendere ancora più ovattato un ambiente già di per sé intimo. Come sempre l’uomo non viene più infastidito dal personale di sala che si assenta dedicandosi ad altro. Improvvisamente la scena viene stravolta nella sua routine: un altro uomo, alto, segaligno, con un trench di un colore indefinito sbuca da dietro uno dei drappi che separa la stanzetta da un disimpegno di servizio: impugna una piccola pistola nera. Una pistola col silenziatore. L’uomo della pipa forse lo riconosce perchè viene udito esclamare: “Maledetto assassino!” dopodichè stramazza a terra colpito da tre colpi esplosi in rapida successione che non gli danno scampo, neanche la possibilità di impugnare a sua volta il revolver portato nella fondina sotto la giacca. L’uomo col trench si dissolve al pari delle ultime volute di fumo della pipa della sua vittima.

Il commissario Amilcare Salemi

Muore così il commissario di Pubblica Sicurezza Amilcare Salemi, uno degli ultimi anelli di una catena di assassinii che la storia ci ha consegnato come “i delitti della pistola silenziosa”. Ma chi era Amilcare Salemi? Nato a Rota Greca (CS) il 27 marzo 1906, nel 1930, dopo la laurea in giurisprudenza, supera brillantemente il concorso per funzionario di P.S. venendo assegnato dapprima a Tarvisio e poi a Monfalcone, nel lontanissimo Friuli Venezia Giulia. In questa sede sposa Concetta Pasquino che nel tempo lo renderà padre di due figli. La sua carriera, grazie anche alle proprie capacità, lo porta a essere trasferito in sedi sempre più prestigiose tra cui Milano (Commissariato Porta Genova) nelle quali evidenzia di continuo il suo spirito democratico e integerrimo. All’indomani dell’Otto Settembre 1943, con l’avvento della Polizia Repubblicana, la sua scomodità per il regime lo porta a essere trasferito in un posto da tutti reputato punitivo, ma che costituirà invece un’autentica fortuna per molti: il commissariato di frontiera italo-svizzero di Ponte Chiasso dove una linea tracciata col gesso separa la libertà dalla repressione. Qui il dottor Salemi si adopera da subito senza sosta per salvare centinaia di ebrei dalla deportazione in Germania; inoltre, falsificando di proprio pugno la documentazione, evita a molti altri italiani di essere internati nel campo di Fossoli non esitando addirittura a spacciare come propri parenti i soggetti – mai conosciuti prima – per i quali i soli documenti contraffatti non erano più sufficienti. Un rischio enorme, sobbarcato da un funzionario altresì già attenzionato dagli organi di regime. Nella fase convulsa della Liberazione, probabilmente in attesa di un chiarimento della sua posizione di funzionario repubblichino, viene invitato a prendersi un periodo di aspettativa nel corso del quale riprende la sua attività di avvocato. Rientrato quasi subito nei ruoli della P.S., a causa della tenacia con cui conclude alcune importanti indagini il commissario Salemi è fatto oggetto di pressanti minacce che coinvolgono anche la sua famiglia: il ministero lo trasferisce dunque a titolo precauzionale nella più tranquilla Savona, una città più a misura d’uomo ma in cui, a causa delle spiccate tendenze filo-comuniste, l’immediato dopoguerra riserva ancora problemi fatti soprattutto di omicidi – tanti omicidi – e di regolamenti di conti.

Il primo nemico con cui il commissario Salemi dovette combattere furono i numerosi estremisti comunisti infiltrati a tutti i livelli proprio all’interno della questura di Savona: il suo repulisti fu rapido e inesorabile tanto che venne da lui evidenziata una sorta di combine che legava alcuni elementi della polizia a correnti filo-rivoluzionarie degli ambienti leninisti.

Se a questo vogliamo aggiungere l’interesse investigativo del commissario per alcuni delitti che avevano funestato nell’ultimo biennio la provincia (e le cui indagini portarono subito a pestare i piedi sbagliati della partigianeria più intransigente), ecco creata all’improvviso una miscela esplosiva potenzialmente letale.

Ma il dottor Salemi è un funzionario tutto d’un pezzo: non si lascia certo intimidire dalle lettere anonime recapitategli addirittura a casa, né tantomeno dai proiettili che trova “misteriosamente” depositati addirittura sulla sua scrivania in ufficio. Sa di avere imboccato la pista giusta e intende percorrerla fino in fondo, costi quello che costi. Gli omicidi che presto verranno accomunati sotto l’unica matrice dell’antifascismo militante si incardinano proprio in quel vuoto istituzionale che caratterizzò soprattutto l’Italia settentrionale, maggiormente colpita dalla guerra civile successiva all’armistizio, e che fece credere a molti di poter agire nella più totale impunità nel nome dei sentimenti di Liberazione. In particolare il Savonese era stato bersaglio di una serie impressionante di delitti che avevano colpito non solo i reduci sdentati della defunta Repubblica Sociale Italiana, ma anche semplici cittadini colpevoli soltanto di rivestire un ruolo sociale di spicco o semplicemente di essere catalogati sotto la voce “capitalisti”: industriali, possidenti, proprietari terrieri….tutti bersaglio di un’unica arma, una pistola di marca inglese calibro 7,65 e munita di silenziatore che – come fu accertato in seguito – aveva fatto parte di altro materiale paracadutato durante la guerra dagli alleati come sostentamento alle truppe partigiane regolamentari. La dinamica dei delitti – sempre la stessa – portò il commissario Salemi a individuare una vera e propria organizzazione criminale dotata di strettissime gerarchie interne che aveva fatto proprio di quella pistola il simbolo di lotta, la firma dei propri delitti, lo strumento più efficace di intimidazione. Il commissario Salemi arrivò anche a trovare un collegamento tra questi omicidi apparentemente inspiegabili e gli eccidi di Altare e di Cadibona (altre pagine orrende del movimento stragista e giustizialista caratteristico dell’ala più intransigente del partigianato post-liberazione), nonché con la strage del carcere di Sant’Agostino all’interno del quale ignoti avevano lanciato un ordigno esplosivo causando svariati morti tra quei prigionieri politici di un regime morto e sepolto.

Esempio lampante dell’atrocità di questo sodalizio criminale fu lo sterminio del dottor Domingo Biamonti e della sua famiglia: si trattava di uno dei nomi più in vista del savonese i cui appartenenti abitavano in una villa appena fuori il capoluogo ligure. Nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1945 l’intero nucleo familiare, compresa la domestica e il cane, sparì dalla propria casa senza lasciare traccia. Si disse con fin troppa celerità che fossero stati portati tutti presso il campo di concentramento di Segno – Vado Ligure per accertamenti di polizia politica sulle loro eventuali connivenze con la RSI. Nei giorni successivi alla misteriosa scomparsa, i parenti si recarono in questura per denunciare l’accaduto: l’allora “questore” Armando Botta, operaio verniciatore (sic!) posto al vertice del dicastero direttamente dal Comitato di Liberazione Nazionale, rispose che la famiglia stava bene e che presto sarebbero stati tutti rilasciati. Nulla di tutto ciò. Alcuni testimoni, a loro volta scomparsi o messi a tacere dietro lauto compenso, dichiararono di avere visto strani movimenti nella villa dei Biamonti quella famigerata notte: alcuni sconosciuti avevano caricato dei grossi sacchi su alcune vetture e si erano poi allontanati in tutta fretta. I testimoni non avevano reputato la cosa particolarmente strana in un periodo in cui molti stavano abbandonando frettolosamente la città nel timore di rappresaglie o semplicemente per l’assenza di organi istituzionali determinati in grado di assicurare vigilanza e protezione. Salemi aveva fiutato la pista giusta: le sue indagini lo portarono a scoprire nel cimitero cittadino una tomba intitolata a un anonimo Tosi, in realtà mai esistito: l’esumazione del cadavere portò alla luce invece i corpi in avanzato stato di decomposizione di un cane e dell’intera famiglia Biamonti, fantesca compresa. Erano stati tutti uccisi con un singolo colpo di pistola calibro 7,65 alla testa ma nessuno dei testimoni di quella notte aveva mai udito sparare. Forse perchè gli autori della strage avevano usato un silenziatore….

Poco più di un anno dopo, l’11 luglio 1946, all’interno dell’ospedale di Savona fu ucciso un ufficiale dell’esercito repubblicano, il capitano Ernesto Lorenza: l’uomo, cieco per postumi di guerra, fu attinto al capo da un unico colpo calibro 7,65. Nessuno vide o sentì nulla. Anche qui il commissario Salemi, nell’esaminare il fascicolo del caso che in molti volevano ormai chiuso, ricondusse il movente dell’omicidio al fatto che il capitano Lorenza conoscesse alcuni sordidi retroscena che avrebbero potuto smascherare gli autori del delitto Biamonti. Fu l’ultimo omicidio di cui il dottor Salemi si occupò. Di pari passo con le indagini progrediscono non solo le intimidazioni nude e crude contro il funzionario, ma anche tentativi molto più velati – ma tuttavia non meno preoccupanti – di dissuasione dal continuare a ficcare il naso in giro posti in essere dagli stessi suoi colleghi, addirittura dallo stesso questore nonostante la figura di Salemi fosse stata voluta a Savona direttamente dal Ministero proprio per la sua intransigenza e preparazione.

E la marcia inesorabile di questo commissario diventa davvero troppo anche per quella che a tutti gli effetti era un’organizzazione criminale vera e propria, soltanto esteriormente ammantata da intenti politici; un’organizzazione tantopiù pericolosa in quanto ramificata a tutti i livelli anche della pubblica sicurezza: le minacce verso il dottor Salemi si fecero sempre più pressanti tanto da costringerlo a rientrare a casa il meno possibile e a cenare da solo in un’anonima saletta di un albergo cittadino, relegando la propria famiglia e i propri affetti in una sorta di esilio forzato. La sua eliminazione venne decisa ed eseguita quando ormai i mandanti si sentirono il fiato del funzionario sul collo: la riprova della loro ramificazione fu proprio nel fatto che a cadavere ancora caldo, dalla scrivania del funzionario sparirono tutti (ma proprio tutti) gli incartamenti di indagine, i fascicoli, gli accertamenti di polizia giudiziaria e medico-legali, le testimonianze messe a verbale. Nella questura di Savona insomma non vi fu più traccia di alcuna indagine sui delitti della pistola silenziosa. Pistola che tornò a colpire anche pochi mesi dopo a Vado Ligure uccidendo una ragazzina di 23 anni, Rosa Amodio, che apparentemente era a conoscenza di qualche particolare sulla sparizione della famiglia Biamonti. L’omicidio di Rosa Amodio subì una delle tante mistificazioni storiche che ammorbano questa vicenda: si sostenne che la giovane maestra elementare fosse stata assassinata per punire il suo ruolo di ausiliaria ricoperto durante la Repubblica Sociale Italiana. Insomma, una delle tante vendette che non avrebbero dovuto più fare notizia e che di lì a poco sarebbe stata amnistiata. Le indagini portarono in tutt’altra direzione: nel pomeriggio del 14 agosto 1947, mentre stava percorrendo in bicicletta la strada che collega Savona a Zinola, la ragazza venne affrontata da qualcuno armato di pistola con silenziatore e che non le dette scampo. Ma non furono semplici partigiani, i suoi assassini: fu qualcuno che la ragazza conosceva e che – come portarono alla luce alcune testimonianze – la stessa affrontò a muso duro venendo assassinata dopo un furioso litigio con una pistola con silenziatore che l’uomo nascondeva sotto un giornale portato in mano. Gli stessi testimoni si avvicinarono solo molto tempo dopo che l’assassino si fu tranquillamente allontanato, coprendo pietosamente il corpo della ragazza con un telo e avvisando i Carabinieri. Il fidanzato della ragazza proseguì per proprio conto le indagini quando queste furono archiviate: un giorno qualcuno gli fece saltare il portone di casa con il tritolo come avviso a non ficcare il naso in faccende che non lo riguardavano più.

Ecco la sorte riservata dai partigiani alle ausiliarie della RSI: venivano fatte sfilare

con i capelli rasati e con una croce rossa dipinta sul volto, quindi passate per le armi

 

Quello che divenne un caso tra i più scomodi venne allora affidato all’Arma dei Carabinieri nella speranza di consegnarlo ad un ambiente investigativo decisamente meno inquinato rispetto a quello della questura di Savona dove ormai era evidente anche ai ciechi la presenza di doppiogiochisti e informatori. Ma non fu sufficiente. Il 17 dicembre 1947 in tarda serata a Genova il capitano dei Carabinieri Pietro Zappavigna mentre stava scendendo dalla vettura di servizio posteggiata dal suo autista nella centralissima piazza Vittoria fu raggiunto da una scarica di pistolettate calibro 7,65 esplose da un’arma munita di silenziatore e impugnata da un killer appostato dietro a una colonna del porticato. L’ufficiale la scampò, fu invece uccisa una guardia notturna – Domenico Cevasco – che ebbe la sfortuna di transitare poco distante dal luogo della sparatoria.

Poi la pistola silenziosa scomparve.

Un ritorno di fiamma lo si ebbe in realtà poco tempo dopo, quando nel gennaio del 1948 il panettiere sanremese Pietro Dal Vento si autoaccusò degli omicidi di Amilcare Salemi, di Rosa Amodio e del capitano Lorenza indicando nei mandanti due partigiani comunisti di Savona, certi Bisio Dalmazio e un tale Genesio detto “Tigre”. La figura di Dal Vento è tra le più enigmatiche, ma gli studi di criminologia che hanno riguardato questi eventi evidenziano come la pista iniziata dal commissario Salemi e proseguita dai Carabinieri fu quella esatta: vistisi con le spalle al muro, i reali componenti dell’organizzazione criminale gettarono in pasto agli inquirenti la figura di un panettiere esaltato, sicuramente capace di uccidere, affetto da tubercolosi allo stadio terminale e già sottoposto a cure psichiatriche: malato di protagonismo, era il soggetto ideale per l’assunzione di colpe non sue. Un capro espiatorio in grado di depistare le indagini e di far guadagnare ai veri responsabili tempo prezioso per sparire. Le sue dichiarazioni rese in sede di interrogatorio al giudice istruttore rasentarono il ridicolo per le incongruenze macroscopiche che le caratterizzarono. Ad alcuni elementi letteralmente inventati seguirono altri più veritieri che gli fruttarono comunque nel 1952 un rinvio a giudizio. Il processo si aprì malamente: una pubblica accusa fortemente condizionata dal clima politico, testimoni reticenti e spesso confusi, improvvise ritrattazioni portarono alla condanna del Dal Vento a trent’anni di carcere che in realtà lo toccarono ben poco: sopravvenne infatti la sua morte proprio per quella tubercolosi che lo aveva già pesantemente minato.

Una delle rare immagini di Pietro Dal Vento, colui il quale si accusò di alcuni degli omicidi della “pistola silenziosa”

 

Il dramma del commissario Salemi non si concluse con il suo assassinio: la vedova fu più volte avvicinata da loschi figuri addirittura nel giorno stesso delle solenni esequie e minacciata di morte; lo stesso avvenne durante il processo Dal Vento in cui la donna si era costituita parte civile. Dovette nuovamente emigrare stavolta a Como, oltraggiata da un’offerta di trentamila lire con la quale il Ministero dell’Interno intendeva sgravarsi la coscienza e tacitare voci scomode in un periodo in cui la politica valeva ben più della vita di un servitore dello Stato. La donna rifiutò orgogliosamente questo nuovo affronto.

Sono passati più di sessant’anni: i delitti della pistola silenziosa sono tuttora da considerarsi irrisolti; mandanti ed esecutori reali si sono goduti il dono più grande e immeritato, quello della libertà. Non è mai stata nemmeno recuperata quella maledetta pistola: su di essa sono state scritte le sorti più varie e fantasiose la più folkloristica delle quali la vedrebbe ancora murata in una delle sedi di partito di Savona; addirittura nemmeno il calibro è univocamente accertato: per alcuni si tratta di una 9 mm, per altri (i più accreditati) di una 7,65, per altri ancora una .22. Ma a questo punto, che differenza fa?

Per la redazione Cadutipolizia: Gianmarco Calore

Nota dell’autore

Non è stato facile scrivere un articolo che a distanza di così tanto tempo è ancora di scottante attualità. E che per alcuni potrebbe risultare addirittura scomodo. Il materiale anche d’epoca è tanto, ma troppo spesso mistificato, corrotto o manipolato per adattarlo alla politica di comodo più che alla storia. Peggio ancora, nel corso degli anni in molti hanno decontestualizzato ad arte i vari avvenimenti legandoli tra loro in modo raffazzonato se non addirittura errato, contribuendo a creare ulteriore confusione e ingarbugliando ancora di più l’intera vicenda. Ci siamo volutamente mantenuti su un piano di imparzialità adottando come fonti solo il materiale maggiormente certificato, sperando di avere quantomeno reso quell’omaggio alla memoria del dottor Salemi e di quanti caddero per mano ignota che solo la verità dei fatti può garantire in modo incontrovertibile. 

Fonti consultate: saggio elaborato dal Centro Ricerca Criminalistica di Genova in Il Giornale del 20 settembre 2008 a cura di A. Ronteruoli; settimanale indipendente “Diritto di Cronaca” di E. Armentano; si ringrazia sentitamente il sig. Antonio Martino per il materiale gentilmente fornito.

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