Il capitano di P.S. Pietro Tantimonaco

PIETRO TANTIMONACO

La storia del più giovane Capitano di Polizia della nostra storia

– di Gianmarco Calore –

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Muoversi all’interno della storia della nostra Polizia riserva continue sorprese. Ce ne sono di vari tipi: di graditissime, ma anche di spiacevoli, un po’ come a Natale, quando ricevi un regalo. Di solito in questo caso fai buon viso a cattivo gioco, specie se il regalo non è tra i più desiderati.

In questa storia, la sorpresa è costituita da un nostro Ufficiale. Aggiungerei, un GRANDE Ufficiale. Uno di quei personaggi la cui carriera ha bruciato le tappe facendolo arrivare alla nomina a Capitano per meriti di servizio. Il Capitano di P.S. più giovane d’Italia. E della nostra storia.

Di contro, una simile folgorante carriera stride in modo imperdonabile con la consueta “dimenticanza” che l’Amministrazione riserva spesso e volentieri a molti dei suoi “figli”, mamma ingenerosa e superficiale. Perchè il nome di questo Ufficiale è presente solo su una lapide e sulla tabella di una via del suo paese natale, Vieste. Non c’è invece alcuna articolazione del nostro Dipartimento che porti il suo ricordo: non una scuola, non una caserma, neanche una semplice aula a lui dedicata. 

La storia di Pietro Tantimonaco inizia nel 1975 presso l’Accademia Ufficiali del Corpo delle Guardie di P.S. di Roma: uno dei tanti “giovanotti dalle belle speranze” che indossa l’Uniforme della Polizia in uno dei più selettivi corsi di formazione. E’ un cavallo di razza, questo lo si capisce subito: esce con il grado di Tenente, uno dei primi nella graduatoria finale.

La sua destinazione di servizio è la Questura di Milano, nel 1979. Sono anni terribili, con il terrorismo eversivo e le manifestazioni di piazza che tengono in scacco governo e polizia. Milano è una delle realtà più calde e pericolose, basta ricordare alcuni tra i suoi Caduti più noti dell’ultimo decennio di ordine pubblico: Antonio Annarumma, Antonio Marino, Antonio Custra…. Senza soffermarci sul numero esorbitante di feriti, alcuni dei quali in modo talmente grave da essere costretti a lasciare il servizio.

E’ una destinazione anomala per un Ufficiale di P.S. quella di una questura. L’assegnazione naturale prevederebbe infatti un Reparto Celere, una Polizia Stradale, di Frontiera, Ferroviaria…o magari un più “comodo” Ufficio Ispettivo o una scuola allievi. Ritengo che le sue capacità personali non siano passate inosservate agli occhi dei superiori, tanto da fargli meritare una destinazione più adatta alle attitudini dimostrate.

La Squadra Mobile meneghina lo accoglie subito a braccia aperte: si rendono conto che questo Ufficiale è molto di più di un comandante. Refrattario alle scartoffie e alla burocrazia, predilige fin dall’inizio la realtà operativa mettendosi in prima linea con i suoi uomini con i quali condivide tutto, dagli estenuanti appostamenti notturni alle sparatorie. Nei loro confronti si dimostra anche un baluardo che respinge le polemiche propagandistiche che arrivano a bordate continue dalla stampa e dall’opinione pubblica quando il gioco diventa davvero duro e quando i metodi usati vi si adeguano.

In seno alla “Mobile” Tantimonaco diventa un punto di riferimento a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il primo strepitoso successo non si fa attendere: la cattura di Renato Vallanzasca (che viene così assicurato in via definitiva alla giustizia) e lo smantellamento della sua banda di delinquenti. Un gustoso aneddoto raccontato dal fratello di questo Ufficiale narra che Tantimonaco apprese dell’evasione del bandito mentre si trovava dal barbiere: con la faccia ancora mezzo insaponata si precipitò al telefono radunando i suoi uomini a tempo di record. Dopo poche ore Vallanzasca era di nuovo dietro le sbarre.

La sua attività operativa lo porta a combattere anche con altre realtà delinquenziali meneghine: il “clan dei Marsigliesi”, i tentacoli della mafia in terra lombarda, il sempre più massiccio traffico di stupefacenti che inondava di veleno e di cadaveri la città, nella quale interi quartieri stavano diventando autentici capisadi della malavita organizzata.

Non dorme più di 3 ore per notte. Nella cronica penuria di mezzi e attrezzature poliziesche, riesce a farsi “prestare” autovetture sempre diverse per i pedinamenti. Si traveste nei modi più impensati: stasera lo trovi in un night in abiti sofisticati, ieri era in un bar di Quarto Oggiaro, anonimo hippy metropolitano. Imprevedibile, scaltro, si fa temere dalla criminalità che però lo rispetta. Mai una volta ha “giocato sporco”, con loro: chi finisce in carcere per opera sua ne ammette sempre la correttezza e la bravura.

I riconoscimenti arrivano presto anche dal Viminale, per diretto interessamento di Francesco Cossiga: la nomina a Capitano, dopo neanche un anno di servizio operativo. 

Domenica 22 febbraio 1981.

Pietro Tantimonaco sta percorrendo via Fulvio Testi a Cinisello Balsamo. E’ a bordo della sua vettura, non si sa se in servizio o no. Ad un incrocio un’altra macchina non rispetta la precedenza e centra in pieno l’auto dell’Ufficiale. Il conducente, che ha la meglio, si dà codardamente alla fuga facendo perdere per sempre le proprie tracce: non fu mai identificato né alcun testimone fu mai in grado di riferire notizie utili alle indagini. Il Capitano Tantimonaco, 25 anni compiuti, muore sul colpo.

Seguirono indagini superficiali, il caso venne frettolosamente archiviato da quello stesso Ministero che avrebbe dovuto sdebitarsi verso uno dei suoi figli che tanto aveva dato in nome del Dovere.

Non fosse stato per i colleghi, sul luogo dell’incidente non sarebbe stata nemmeno posta quella lapide che oggi mi dicono esserci ancora. E se non fosse stato per il cuore generoso dei Viestini, nessuna via avrebbe riportato il suo nome.

Da parte mia, un commosso omaggio nei confronti di questo Ufficiale. E un’unica parola verso coloro che a livello istituzionale avrebbero avuto il dovere di ricordarlo al posto mio: VERGOGNATEVI!

Per la redazione Polizianellastoria: Gianmarco Calore

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