I paracadutisti nella Polizia

I PARACADUTISTI NELLA POLIZIA
– IL REPARTO SPECIALE DI PUBBLICA SICUREZZA –
di Iller Frasson
La Redazione di Polizianellastoria è lieta di pubblicare questo interessantissimo elaborato dell’amico Iller Frasson su uno dei reparti meno conosciuti della Polizia italiana.
 
Come ebbi occasione di scrivere, in Italia le storie dei Paracadutisti e della Polizia sono corse come due linee sinusoidali, partite distanti hanno corso parallelamente per poi convergere, riallontanandosi per poi riavvicinarsi saltuariamente, accomunate per caso dalla protezione dello stesso Santo Patrono, l’Arcangelo Michele. Vorrei raccontare, questa storia di ex folgorini e nembo divenuti Guardie di Pubblica Sicurezza, togliendola dall’oblio e restituendo ai protagonisti giustizia e dignità che allora gli furono negate. Innanzitutto è bene ricordare il clima dell’immediato dopoguerra, con un paese allo sfacelo soprattutto materiale in cui parlare di Reparti Militari o di organizzazione, di qualsiasi tipo ed in qualsiasi campo, era veramente un eufemismo. Nella ricostruzione e per molti anni a venire ancora le cose si facevano e si risolvevano in maniera empiricamente grossolana. Anche l’Esercito stava cercando di ricostituire faticosamente i suoi Reparti e tra questi anche una Scuola di Paracadutismo che nascerà a Viterbo.

Alcune regioni erano ancora serbatoi di armi e formazioni armate che si rendevano autori di abusi e violenze di ogni tipo, e Polizia e Carabinieri sotto organico ed ancora sofferenti per lo sfacelo bellico potevano fare ben poco, senza divise uniformi e senza mezzi, con archivi semidistrutti, arrivando spesso essi stessi ad essere aggrediti e disarmati. In particolare, come testimoniato dall’Onorevole democristiano Mario SCELBA in un’intervista pubblicata il 5 Settembre 1990 sul “Popolo”, nella Polizia si erano inseriti con autorità arbitraria numerosi partigiani comunisti (circa 8.000 su 30.000 effettivi) tra i quali molti responsabili di gravi reati, allo scopo di “controllare” dall’interno minandone la stabilità, l’organismo principe deputato al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, in attesa dell’ora x, forse nella speranza di una vittoria alle elezioni politiche del 18 Aprile 1948. Era necessario costituire una unità operativa di rapido impiego, formata da uomini di grande coraggio, rilevante capacità, resistenti alle fatiche e di provata fede(ltà). SCELBA, allora Ministro dell’Interno, si ricordò dell’epopea di El Alamein e con una felice intuizione, agli inizi del 1948 decise di costituire un REPARTO SPECIALE, contattando gli ex combattenti Paracadutisti della “Folgore” e della “Nembo” ed offrendo loro l’arruolamento in questa nuova grande unità, ottenendo una risposta entusiasta. Il Reparto venne inizialmente stanziato ad Aversa (NA) e iniziò subito un duro addestramento anche di tipo pre-lancistico e con le armi effettuando faticose marce sulle pendici del Vesuvio, lontano da occhi ed orecchie indiscreti. L’inquadramento venne parimenti assicurato da Ufficiali Paracadutisti reduci di guerra. Ricordiamo qui fra tutti solo qualche nome: Cap. BISCACCIANTI, Ten. Ruggero MURATTI, i Sottotenenti Eolo ZACCARIA, Giovanni VERDE e SEPE. Il Comando venne assegnato ad un Ufficiale Superiore titolato Scuola di Guerra: il Maggiore Mario GAJERI, piemontese. Il Reparto era così formato: – a) una compagnia di paracadutisti, dotata di armamento leggero, costituito da mitra e fucili mitragliatori; – b) una compagnia motocorazzata che disponeva di un’autoblindo inglese Staghound, otto FIAT ANSALDO Spa 40 (autoblindo leggere, senza corazzatura, scoperte, create per il combattimento nel deserto, con gli uomini ritti sul pianale per azionare tre mitragliatrici BREDA ’38 ed un cannoncino-mitragliera calibro 36). Faceva parte della compagnia anche un plotone di paracadutisti motociclisti armati di fucili mitragliatori che operavano a bordo di motociclette Gilera 500 a due posti; – c) una compagnia comando che riuniva il personale degli uffici e dei servizi logistici e tecnici. L’addestramento fisico e tecnico-professionale era intenso ed all’interno del Reparto vennero tenuti corsi di pugilato e karate, novità assoluta per l’epoca. In breve tempo si svilupparono una coesione, uno spirito di corpo ed una professionalità eccezionali ed anche le Guardie, gli Ufficiali ed i Sottufficiali che ne fecero parte senza essere brevettati, hanno testimoniato ancor oggi allo scrivente di “collocare quei commilitoni, in cima ai loro sentimenti”. La regione dove più frequenti erano le violenze e le aggressioni ai cittadini ed alle Forze dell’Ordine, con rilevanti problemi di ordine pubblico si rivelò l’Emilia e resasi disponibile la Caserma Decio RAGGI in Cesena (FC), oggi sede del Centro di Addestramento per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni e dell’Immigrazione, il Reparto vi venne trasferito sancendone la costituzione ufficiale alla data del 15 Settembre 1948. In breve l’ordine e la sicurezza pubblica vennero ristabiliti e secondo testimonianze unanimi in nessuno degli scontri di piazza verificatisi nel corso dei numerosi servizi di ordine pubblico effettuati, si lamentarono morti o feriti gravi tra le fila dei facinorosi o tra quelle del Reparto, a testimonianza della professionalità raggiunta, al punto che i Questori di tutta Italia (soprattutto quello di Roma) facevano a gara a richiederne l’intervento con una popolarità che cresceva di giorno in giorno. Si pensi che il Questore di Roma POLITO (il “terribile” POLITO!), fece enormi pressioni sul Capo della Polizia perché una Compagnia del Reparto fosse distaccata in maniera permanente nella capitale; cosa che non venne concessa, seguendo così le indicazioni fornite dal Comandante. Tale popolarità divenne ancor più grande con la partecipazione a due grandi manifestazioni aeronautiche a Borgo Panigale (BO) ed a Rimini Miramare a cui assistette una folla entusiasta stimata in sette-ottomila persone, il giorno di Ferragosto del 1949. Molti sarebbero gli episodi significativi da narrare; per ragioni di spazio ne riporto due. Nei primi di Agosto del 1949, durante un trasferimento uno degli automezzi si impantanò in un fossato colmo d’acqua e fango. Immediatamente gli uomini scesero e tentarono di rimetterlo in carreggiata a forza di funi e braccia, in un primo momento senza esito, al punto che il Comandante stesso andò in testa alla colonna e radunò trenta militari per portare aiuto, ma quando giunse nuovamente sul posto constatò che il veicolo era già pronto per ripartire e stupefatto di fronte a tanto vigore ed efficienza operativa esclamò: . Poco prima del lancio a Rimini uno degli uomini che si era infortunato ad una gamba e non venne fatto idoneo dal Tenente Medico, arrivò ad implorarlo al punto da convincerlo a rilasciargli la prescritta idoneità al lancio. I lanci vennero eseguiti saltando da Savoia Marchetti 82 a quote non superiori ai 250 metri, con paracadute IF/41, alla presenza dei Prefetti di Bologna e Forlì e riuscirono alla perfezione, tanto che il Ministero dell’Interno inviò un plauso particolare. Da sottolineare purtroppo che prima del lancio lo stesso Ministero comunicò di essere disposto a concedere per un giorno il trattamento economico di missione a patto che il personale sottoscrivesse una dichiarazione in cui sollevava l’Amministrazione da responsabilità in caso di sinistro, dimostrando così di essere interessato solo al servizio di istituto, concedendo poco alla peculiarità di tali uomini, non comprendendo che le qualità che ne facevano un Reparto Speciale derivavano proprio dall’essere Paracadutisti. E’ giusto tener conto però anche del periodo storico di tali vicende: i fondi disponibili erano assolutamente scarsi ed ogni uomo assolutamente necessario. In tale contesto già i normali emolumenti erano bassi, figurarsi le indennità speciali ed inoltre essendo l’ordine pubblico quotidianamente turbato, poco spazio era immaginabile per attività collaterali comportanti oltretutto una percentuale di rischio. Ma l’entusiasmo era tale che il personale accettò anche questa condizione. La corresponsione dell’indennità di aviolancio e le problematiche derivanti da eventuali infortuni costituiranno purtroppo un problema per la permanenza e la costituzione di un’unità paracadutista in Polizia fino ai giorni nostri. Del resto tutto l’addestramento era frutto di quell’entusiasmo e spirito di iniziativa che era nato proprio a Tarquinia. Si pensi che il Comandante, senza formale autorizzazione (cosa temeraria per quei tempi), aveva invitato addirittura l’ingegnoso operaio spoletino Giuseppe LISI all’interno del Reparto col compito di studiare nuove soluzioni riguardo ai materiali di lancio ed ai congegni di apertura. La stessa attività lancistica, venne svolta sotto la forma di manifestazioni pubbliche e fu possibile solamente perché il Maggiore GAJERI poté contare sull’amicizia personale di Ufficiali dello Stato Maggiore dell’Esercito e dell’Aeronautica colleghi di corso alla Scuola di Guerra, in un periodo in cui la Scuola di Paracadutismo ed i Reparti Paracadutisti si erano appena costituiti ma non erano ancora in piena efficienza addestrativa,. L’ 1 Febbraio 1950 l’Unità assumeva la denominazione di IV Reparto Celere Speciale. Tanta efficienza non poteva non dare fastidio e …qualcuno decise che il Reparto doveva essere eliminato con ogni mezzo. Con l’addestramento al pugilato era sorta una squadra di validi atleti ed agli inizi di Agosto del 1951 l’allenatore (ex campione italiano) propose al Comandante di far fare degli incontri con dei ragazzi di un sedicente circolo sportivo del luogo, cosa a cui egli acconsentì. Dopo pochi giorni la città venne tappezzata da manifesti che annunciavano che i pugilatori dei paracadutisti della Polizia avrebbero incrociato i guanti in un teatro all’aperto nel parco di Cesena, con i giovani di un circolo comunista. Il Maggiore, seppur amareggiato per il raggiro, purtroppo accettò la sfida, non intuendo i torbidi disegni che questa nascondeva. All’incontro assistette una folla enorme, assiepata attorno al quadrato, tra cui si notavano numerose persone munite di bastoni e catene, fatta lì convenire abilmente da tutta la Romagna. Il primo incontro venne vinto dai nostri ma all’inizio del secondo incontro il commilitone venne colpito scorrettamente dall’avversario, accasciandosi a terra. Subito si scatenò una battaglia tra gli opposti sostenitori, evidentemente studiata e predisposta con cura ed ad un certo punto si udirono anche degli spari, indirizzati in aria a scopo intimidatorio al fine di evitare la sopraffazione. Il giorno dopo “L’UNITA’” titolava in prima pagina ; ci fu un putiferio politico, l’inchiesta disciplinare fu immediata e vennero presi pesanti provvedimenti nei confronti del Comandante e di alcuni paracadutisti. Nessuno volle ascoltare la verità seppur lapalissiana e cioè che il Reparto aveva fino ad allora, al contrario, svolto un servizio così delicato in maniera eccezionale, proprio senza usare le armi, e che l’episodio era stato una subdola aggressione provocatoria, finalizzata alla strumentalizzazione, coll’evidente intento di eliminare quello che costituiva un ostacolo insormontabile per i delinquenti di ogni risma e per chi voleva sovvertire colla violenza di piazza l’ordinamento democratico dello Stato. L’episodio fu una vera e propria prova generale di quanto succederà poi a Genova nel 1960 (dove 171 poliziotti del II Reparto Celere di Padova furono feriti gravemente dai dimostranti comunisti organizzati) e per tutto il ventennio successivo in tutte le piazze del nord Italia. In breve il Comandante ed i paracadutisti vennero trasferiti ad altri Reparti e l’Unità venne trasformata in XX Reparto Mobile (15 Settembre 1951) e più tardi trasferita a Piacenza dove diventerà Scuola Allievi Guardie. Motivi politici, difficoltà economiche o diverse strategie di sviluppo? Non lo sapremo mai con certezza, dato che i vertici di allora ormai non sono più. Certo l’episodio narrato contribuì in maniera rilevante a mettere banalmente ed ingloriosamente la parola fine, dopo pochi anni, una delle più belle realtà professionali che la Polizia abbia conosciuto. Dopo aver letteralmente salvato e ristabilito l’ordine e la sicurezza pubblica, dopo sacrifici e speranze e dopo che si era approfittato della loro la loro giovane ma già solida etica fatta di valore, coraggio, intelligenza, abnegazione e fedeltà, i Paracadutisti venivano ancora una volta privati del paracadute ed abbandonati. Ogni storia ha una sua morale e di ogni esperienza si deve fare tesoro avendo anche il coraggio di fare autocritica, se necessario. Il tallone d’Achille dei valorosi ed ardimentosi spesso è una caparbia ingenuità in certi momenti. Il valore dei Poliziotti, ad un esame complessivo delle vicende storiche è grande ed indiscutibile, nemmeno i marginali episodi di devianza possono minimamente offuscarlo, ma sono stati proprio episodi banali e sciocchi a dare motivo ai nostri nemici di contestarci duramente e spesso a farci “tagliare i viveri”, anche se personalmente ritengo che l’episodio narrato non faccia rilevare colpe particolari nell’operato dei colleghi che mai e poi mai avrebbero potuto immaginare una strategia così raffinata. La provocazione è l’elemento fondante dell’azione subdola dei vili. Essa tende a colpirci negli affetti, nelle cose più intime per farci reagire in maniera scomposta. E’ necessario saperla individuare con prontezza al fine di evitarla, così come è necessario evitare le esuberanze caratteriali ed i personalismi. Una delle regole base di un vero militare, oltre all’essere sobrio nei costumi, è “mantenere un basso profilo”, immerso e preso esclusivamente da un tecnicismo e da un lavoro più intenso possibile, con una disciplina ferrea sempre accompagnata da un elementare buon senso (prudenza ed intelligenza tattica non sono affatto sinonimo di viltà), senza spazio per le grossolanità, un po’ più nordeuropeo nei modi e latino solo nella fantasia di affrontare e risolvere i problemi operativi e magari con una più raffinata strategia gestionale sull’esempio di quella dei Carabinieri, dal dopoguerra in poi fedeli in primis a se stessi……curando di più il servizio I all’interno dei Reparti…..e qui mi fermo: a buon intenditor poche parole. Quanto narrato potrebbe aver avuto poi un peso nei tragici fatti di Reggio Emilia già descritti in altro articolo.
Iller FRASSON
Nota dell’autore. 1) Il presente articolo è stato redatto sulla base della gentile testimonianza di un Tenente Generale del Corpo (Lorenzo CAPPELLO) a riposo che allora prestò servizio al Reparto Speciale pur non essendo brevettato paracadutista. Potrebbe contenere piccole imprecisioni dovute alla memoria dell’Ufficiale ormai ultraottantenne. Me ne scuso in anticipo, invitando chiunque avesse notizie più dettagliate e/o precise personali o documentali a fornirle.

Nota per la redazione: non ho più avuto modo di contattare il Generale che già qualche anno fa mi scriveva di non stare troppo bene. Ho conservato tutte le sue lettere. Per rigore di correttezza ritengo che il suo nome anche se ciò potrebbe essere irrilevante data l’età debba essere noto a voi ma forse non trascritto, qualora decideste per la pubblicazione dell’articolo. Ho contattato l’Ufficio Storico il quale mi ha confermato di avere una copia della pagina de “L’Unità” citata. Il Reparto Speciale è già stato oggetto di articolo su di un numero di “Fiamme oro” dove però si è accuratamente evitato di far menzione dell’episodio clou.

 
Per la Redazione Polizianellastoria: Iller Frasson
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...