I colori del dolore

I COLORI DEL DOLORE
(dedicato a Filippo Raciti)
di Gianmarco Calore


Catania, 2 febbraio 2007. Una partita di calcio, una delle tante. Un servizio di ordine pubblico, uno dei tanti. Una giornata di pazzia, una delle troppe.
La “Celere” arriva allo stadio già sapendo che la partita è definita “ad alto rischio”. Ma nessuno dei Ragazzi in Blu ha paura: sono abituati alle pietre, ai bastoni, all’acre odore dei lacrimogeni, allo scontro fisico. Magari nei furgoni e nelle jeep ci scherzano pure sopra, per sdrammatizzare una tensione che sarebbe comunque da irresponsabili non provare. In una di queste jeep c’è Lui, l’Ispettore Capo Filippo Raciti: è con i suoi ragazzi, sa che si tratta dell’ennesima giornata dura alla fine della quale, oltre agli anacronistici “generi di conforto” – un succo di frutta e una brioche – porterà a casa forse 50 euro netti in più in busta paga, tra indennità e straordinari. Istruisce i suoi giovani colleghi, i soliti consigli per non farsi male, per non fare male.

Catania, 2 febbraio 2007. Un giovane “tifoso” esce di casa per recarsi allo stadio. Anche lui sa che si tratta di una giornata dura, una delle tante trascorse per difendere l’onore della sua squadra. Si è preparato meticolosamente nella sua divisa d’ordinanza: sciarpa, “bomber”, cappellino di lana, guanti, scarponi rinforzati, jeans imbottiti. Un abbigliamento double – face: contro il freddo, contro gli sbirri. Si incontra con gli altri compagni di mille battaglie, anche loro ridono, scherzano. E pianificano, lotta dura mai paura. Istruisce i suoi giovani amici, i soliti consigli per non farsi male, per fare male. Per loro non ci sono indennità o generi di conforto: solo l’adrenalina che scorre a fiumi nelle vene in un crescente delirio di onnipotenza. La migliore paga per gli imbecilli.

Ecco lo stadio. Colori, suoni, canti, slogan. Tanta gente. E loro: gli sbirri, con i loro caschi, i loro manganelli, i loro mezzi. Iniziano gli sfottò, con i soliti cori beceri e senza senso se non quello di offendere. Qualcuno lancia un sasso che rimbalza su uno scudo imbracciato da un Agente. Ma loro niente, sono fermi uno a fianco all’altro, tanti birilli blu da abbattere in una sconsiderata partita a bowling. La loro paziente e professionale passività viene scambiata per codardia: sono questi i guerrieri dello Stato? Stasera avremo gioco facile, ragazzi……
All’interno dello stadio la partita comincia. Ma molti “tifosi”, tra cui quel giovane in bomber e jeans imbottiti, ne stanno giocando un’altra contro il nemico di sempre: la Polizia. La posta in gioco è sempre più alta, in un crescendo di acrimonia, rancore e violenza.
Stavolta i guerrieri dello Stato rispondono. In maniera energica, professionale, metodica. Partono i primi “caroselli” con le jeep che si allargano in cerchi concentrici sempre più ampi. Il “grosso” dei facinorosi viene disperso, restano alcuni gruppetti di irriducibili che si barricano nei bagni dello stadio facendo scempio di tutto, moderni “Attila-flagello-di-dio”. Bisogna abbattere gli sbirri. E poi spargere il sale sulle loro rovine in modo che non cresca più nulla…..
La “Celere” scende dai mezzi ed effettua alcune cariche. In gergo si chiamano cariche “di alleggerimento” e servono a scomporre anche le ultime sacche di resistenza, magari per consentire alla “territoriale” di arrestare qualcuno. Filippo Raciti scende rapido dal mezzo assieme alla sua squadra e va a combattere.
Immagini. Filmati. Fotografie. Tutte scene già viste in altre città. Le circostanze, le stesse perchè stessa è la stupidità del genere umano contro cui i “celerini” devono scontrarsi da sempre….
Il prima: Filippo che affronta quattro giovinastri, tra cui l'”eroe” in bomber e jeans imbottiti. Entrambi hanno il volto travisato: Filippo da un casco blu e foular amaranto, per difendersi; il giovane da sciarpa e berretto di lana, per offendere. E non farsi riconoscere. Nelle mani del primo, uno sfollagente nero; in quelle del secondo, una lunga sbarra di acciaio divelta dai lavandini dei bagni. Armi di ordinanza.

Il dopo: una jeep della Polizia si sposta lentamente. Viene immortalata dal lato destro, quello del capopattuglia. Quello di Filippo. Un Poliziotto zoppica vistosamente, con una mano si tiene lo stomaco – proprio lì, vicino al fegato – e con l’altra cerca di salire sul mezzo. E’ piegato sul fianco destro. Ma quello non è uno zoppicare da semplice trauma: quello è dolore puro, una fiamma che è esplosa nelle viscere di un Uomo in un caleidoscopio di colori accecanti.
Poi l’ambulanza, una barella che viene tirata di corsa tra ali di Poliziotti che gridano. Che imprecano. Che piangono. Un fotogramma mostra un Angelo in Blu steso sul lettino: non ha più il casco in testa; la giubba gli è stata aperta; il colore del volto è terreo. E tu, Collega, che di morti in strada ne hai visti tanti, pur non essendo medico capisci che quello è il colore della morte. L’ambulanza riparte a sirene spiegate, confondendo il proprio urlo con quello delle camionette che intanto stanno continuando la guerra. E tu speri, preghi, ti illudi. Fino al tragico responso.
E allora capisci una cosa sulla quale magari avevi già riflettuto un’infinità di volte: il dolore ha tanti colori.
Il dolore è rosso. Rosso come la rabbia accecante che ognuno di noi ha provato, tanto da arrivare quasi a strapparsi di dosso questa Uniforme così pesante da portare, perchè tanto, ormai, che senso ha? Rosso come il sangue lasciato sull’asfalto da tanti Colleghi colpiti da tutto ciò che mano umana riesce a lanciargli contro.
Il dolore è grigio. Grigio come il fumo dei lacrimogeni sparati ad oltranza; come la visiera di un casco u-boot appannato da un respiro sempre più affannoso; come il volto di Filippo, morente sulla barella di un’ambulanza; come la lama di un coltello che affonda nel cuore dei suoi cari, dei suoi Colleghi, di ogni Italiano onesto.
Il dolore è verde. Verde come la bile che ti sale in gola durante i funerali di un Eroe la cui morte non arriverai mai a capire sul serio. Verde come le ghirlande di fiori che tappezzano un’intera città troppo piccola per contenere un male così grande.
Il dolore è un bianco-rosso-verde che ricopre una bara vegliata da Fratelli. Un Tricolore abbrunato in decine di migliaia di repliche in tutto il Paese, oltraggiato per l’ennesima volta dall’idiozia di pochi ma sempre pronto ad asciugare le lacrime di molti.
Il dolore è bianco. Bianco come le solite “facce di cera” istituzionali che troppe volte abbiamo visto stringersi nel cordoglio a familiari attoniti e sbigottiti; come la carta stampata dei giornali che gridano ai quattro venti che giustizia sarà fatta, che gli stadi verranno chiusi, che il calcio è finito. Salvo poi dimenticare tutto nell’ottica impietosa dello “show must go on”.
Il dolore ha anche un suono. Il grido di una moglie, di due figli che hanno perso il loro amore. Lo stesso grido di dolore che si leverà pochi giorni dopo dalla casa del giovane in bomber e jeans imbottiti: stavolta è paterna incredulità: “Mio figlio, non è possibile….”
Il dolore, le sue mille facce, i suoi infiniti risvolti. Lo stesso dolore che percorrerà tutta l’Italia onesta, rappresentata da un bambino composto seduto sulla panca di una chiesa, stretto nel suo cappottino blu sul cui bavero sono stati appuntati i gradi di Ispettore Capo. Lo stesso dolore che farà levare cori indignati di protesta contro i soliti codardi imbecilli che scrivevano sui muri: “10, 100, 1000 Raciti”.
Lo stesso dolore che si leva oggi, quando sembra che l’Ispettore Capo Filippo Raciti e la sua storia siano stati dimenticati: un’altra e ancora peggiore sprangata che questo Grande Uomo sta di nuovo subendo.
No, Filippo! Noi siamo qui come ogni giorno a perpetuare la tua memoria con il nostro sano e onesto lavoro. E ti possiamo assicurare che, tra tutti i mille colori del dolore, di sicuro non comparirà mai quello nero dell’oblio.

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