I campi militari della Polizia negli anni Sessanta

CAMPI MILITARI DELLA POLIZIA NEGLI ANNI SESSANTA

Testimonianza di Gianluigi Marconi

 

Nel  1968 ho frequentato a Roma il 17°corso  per sottufficiali. La sede della Scuola , intitolata a Maurizio Giglio,Caduto alla Fosse Ardeatine,si trovava al quartiere Flaminio in via Guido Reni  noto pittore del  600′  autore, fra l’altro,del dipinto raffigurante l’Arcangelo S.Michele patrono della Polizia di Stato. Ma il motivo di  questo post non è quello di raccontarvi    il periodo scolastico  del quale non  ho ricordi  degni di menzione quanto piuttosto  parlarvi  dei  due mesi estivi , giugno e luglio, che mi videro impegnato   nel campo estivo svoltosi  in Sardegna e precisamente  in provincia di Nuoro  in una località vicina al paese di Orgosolo.

L’avventura estiva per la verità era iniziata  con un primo trasferimento alla scuola allievi guardie di Alessandria dove ci avevano  già preceduto  i  sottotenenti di nuova nomina  dell’Accademia del Corpo,pure impegnati nel medesimo piano di esercitazioni estive. I primi giorni furono dedicati in parte  alle attività   organizzative con la costituzione di squadre, plotoni e   compagnie ed in parte alla  preparazione fisica .   Sul piano organico  era stato previsto che  ogni dieci allievi guardie fosse preposto come capo squadra un allievo sottufficiale;  al plotone  un sottotenente  ; alla compagnia  un  tenente. A me capitò un certo Montalto che ritrovai anni dopo a Padova durante i fatti “Margherito”. Le esercitazioni iniziarono  subito con marce abbastanza impegnative  lungo le sponde del fiume Bormida ,intervallate da fasi di  preparazione tattica (assalti – passi del gattino ecc. Dopo una quindicina di giorni che  servirono ad amalgamare i partecipanti giunse il giorno della partenza per la Sardegna che avvenne alle ore 4 del mattino di una splendida giornata di metà giugno.  La distanza fra Alessandria e Genova venne coperta  su autocarri Fiat 640  ; il  secondo tratto,da Genova a Civitavecchia    fu effettuato  in treno ; il percorso dallo scalo ferroviario  al porto di Civitavecchia lo facemmo a piedi   , in formazione chiusa, borsa valigia e moschetto 91 in spalla. Il traghetto lasciò le ancore alle due  pomeridiane e stante il mare mosso giunse a Olbia verso le ore 22.  Ci sistemammo  alla meno peggio in una zona del porto, sotto  alcune tende   dove,per terra, erano stati stesi  dei teli  sudici.  Durante quel viaggio che definire allucinante è riduttivo la possibilità di rifocillarsi fu  lasciata alla previdenza individuale  e alla casualità  di  trovare qualche ambulante. Comunque la stanchezza era  tale da farci scordare pure di avere fame. La sveglia avvenne  alle cinque del mattino e  su  autocarri  proseguimmo in direzione di  Nuoro dove si giunse  dopo un paio d’ore sballottati lungo i maledetti  tornanti  stradali. Da  Nuoro ci spingemmo ancora  avanti per una trentina di km  nella   Barbagia  e vicino al paese di  Orgosolo  ci apparve   una specie di  villaggio fatiscente che sembrava uscito  dalla scenografia di un film  “ western” .Accanto ad due edifici in muratura  erano state innalzate,a semicerchio, alcune tende di  grandi dimensioni. Completavano il paesaggio, ma poste ad una certa distanza, altre  costruzioni in legno , un  serbatoio idrico collocato sopra un traliccio di tubi “innocenti” e una  tettoia priva di protezioni laterali. Il posto,ma lo sapemmo poi, si chiamava Pratobello e secondo le previsioni dei governanti della Regione  Sardegna dell’epoca  avrebbe dovuto  diventare un villaggio per gli abitanti della zona.  Le uniche due costruzioni esistenti  avrebbero dovute diventare,  rispettivamente, la chiesa  ed il municipio. Peccato che, a metà dell’opera, qualcuno si fosse  reso  conto dell’impossibilità di attuazione del  progetto stante l’assoluta mancanza  nella zona della   benché minima risorsa  acquifera. Dopo un pasto a secco iniziammo  ad innalzare le tende operazione non del tutto semplice anche se, nel cortile della Scuola   di Alessandria già  c’eravamo  allenati a farlo. Il problema nasceva dal fatto che una cosa era allineare le tende su  un piano  livellato,altra cosa   farlo su un terreno sconnesso,pieno di sassi e di buche. Comunque  alla fine   riuscimmo nell’intento a e potemmo  stenderci  sulle brandine per un sacrosanto riposo.

Il giorno successivo il nostro arrivo a Pratobello  la giornata  ebbe inizio con la sveglia alle  cinque e  con l’adunata al campo dopo un’ora esatta. Il comandante ci rese edotti del programma. I primi quindici  giorni   sarebbero trascorsi al campo base  con esercitazioni   che implicavano attività ginnica ,  marce  , addestramento  di guerra, (camuffamento, strisciamento sul terreno   assalti ad obiettivi prestabiliti –addestramento al tiro e lancio di bombe a mano);la seconda quindicina  sarebbe stata invece dedicata ai campi mobili  con brevi soste       da effettuarsi ogni tre  quattro giorni . Furono individuate le seguenti località:  Olzai,Ozieri,Buddusò, Fonni,Lanusei.  Per  l’ultima quindicina infine era  stata prevista   attività operativa istituzionale  da effettuarsi  all’interno  di un  piano  denominato  di “sopravivenza”  sul  quale mi soffermerò a  parlare  in un successo  intervento.  La prima fase,da effettuarsi al campo base   ricalcava  sostanzialmente  quello che già si era praticato alla  scuola allievi di  Alessandria. Si trattava  quindi  di ripercorrere  gli stessi  schemi addestrativi. Le vere novità si videro invece con  l’inizio  dell’attività nei campi mobili dove  tutto era mutato rispetto al campo base. Si ci spostava sui “Tigrotti” sui quali si caricava, oltre al personale, anche tutto l’equipaggiamento. Le  tende  erano  di tipo più piccolo  nel cui  interno   non  si poteva   restare neanchè  seduti.  Queste ultime infatti  servivano unicamente  per proteggersi dalle intemperie notturne  e non erano dotate  di brandine con materassi ma solo di  due coperte . Si mangiava nella  gavetta  di alluminio,quella per intenderci  in dotazione all’esercito,  con gli annessi accessori. Sulla qualità del cibo ,meglio sorvolare. L’attività  operativa   era  rivolta al controllo del territorio con frequenti posti di blocco lungo le strade. E’ da  segnalare in proposito che erano stati aggregati  nel frattempo ,provenienti dalla scuola di  Senigallia, un centinaio di allievi guardie frequentanti i corsi propedeutici  per  motociclisti  da destinare, successivamente  ,  alla scuola della Polstrada di Cesena. Erano  ragazzi di venti anni  con un addestramento superficiale che  si sentivano tutti emuli di Giacomo Agostini. A vederli sulle moto      Guzzi  “Falcone”  facevano paura. Furono protagonisti di non poche cadute  accidentali fortunatamente senza gravi  conseguenze. Costoro partecipavano ai  posti di blocco  duranti i  quali  si faticava non poco a tenerli a freno a causa della   loro esuberanza. Ricordo che una sera,nei pressi di  Ottana,sulla  “Carlo Felice “ principale arteria  che unisce  Porto Torres a Cagliari    uno di loro partì   a razzo  all’inseguimento di un automobilista che non si era fermato all’alt… anche se avrebbe dovuto essere a conoscenza che  un km più avanti  era stato predisposto un secondo posto di blocco….  Nonostante tutto, quindi non mancavano le occasioni per riderci sopra.  Come anzidetto la permanenza in un luogo durava qualche giorno dopo di che si passava ad altra  località e il luogo lasciato  veniva  occupato da un  altro plotone . Ricordo che nei giorni trascorsi  nei pressi di  Buddusò fummo impiegati nelle ricerche di un detenuto che si era allontanano dalla casa  agricola penale che all’epoca,ma credo anche a tutt’oggi  è  ubicata proprio in quel luogo. Alla notte non era raro che qualche suino (incrocio fa il maiale e il cinghiale) che viveva  alla stato brado nel bosco, entrasse nelle tende creando un comprensibile trambusto fra i dormienti ! Alla fine dei quindi giorni  previsti  rientrammo  tutti    al campo base di Pratobello per una sosta di qualche giorno.

Come già scritto , la composizione e l’impiego  delle Squadre di  “sopravivenza” avrebbe rappresentato l’ultima parte del programma addestrativo.Erano   formate  da    dieci  allievi guardie della scuola di Alessandria,al comando di un allievo sottufficiale della Scuola di Roma ,quest’ultimo  affiancato da una guardia della  Questura di Nuoro buon conoscitore   del territorio. Ogni squadra  avrebbe operato,in completa autonomia,  in zona impervia, con pernottamenti all’addiaccio.La marcia aveva la durata di tre giorni   al termine dei quali  era previsto il ricongiungimento ,sul fondo valle , con le altre squadre operanti. Armamento individuale: per gli allievi guardie,moschetto 91 ;per il capo squadra beretta M 12 (non S) e binocolo. Armamento di squadra: fucile mitragliatore Bren con due cassette.Equipaggiamento: poiché la zona da perlustrare era assolutamente priva di risorse idriche si dovevano    portare al seguito due contenitori di alluminio  muniti di spallaggio  della capacità di venti litri ciascuno di acqua potabile. Ciascun componente la squadra   avrebbe avuto  con se viveri a secco per tre giorni . Il fucile mitragliatore,le cassette di munizioni, i contenitori d’acqua  dovevano essere  portati,a turno ,da tutti i componenti la Squadra compreso il comandante. Ne era esclusa solo la guardia che faceva da  guida .La Squadra così formata veniva trasportata con le A.R. 51  sulle pendici del monte Gennargentu in prossimità del passo di Corriboi   da dove avrebbe proceduto  per proprio conto senza  contatti con la base.  Compito della piccola unità era quello di perlustrare  la  zona che all’epoca era  interessata dai sequestri di persona a scopo di estorsione.   In alcuni  punti  la vegetazione era totalmente assente e il terreno  assumeva un aspetto quasi lunare   . Gli   alberi ,    pietrificati   da precedenti  incendi e dalla siccità , sembravano uscire  dalle    illustrazioni  dell’Inferno  dantesco di Gustavo Dorè.  Si camminava tutto il giorno,salvo le soste per mangiare, anche perché il tragitto  era stato prestabilito e non ammetteva  deroghe.  Durante la notte, per riposare era imperativo non   togliersi  mai gli  anfibi che sarebbe stato impossibile rincalzare al mattino successivo. Scendendo a valle  ci si imbatteva in ovili che venivano controllati. In questo caso era determinante l’intervento del collega della questura che comunicava  in dialetto con l’allevatore.  La sera del terzo giorno aveva luogo sul fondo valle,  il  sospirato ricongiungimento con le altre  squadre .    La gioia per la conclusione della marcia , unita a qualche bicchiere   di “cannonau” portava al massimo l‘esultanza. L’ultima notte veniva trascorsa fra i boschi, in completa  allegria, per  la  sospirata conclusione del periodo addestrativo. Fra luglio ed agosto,a scaglioni , rifacemmo la strada inversa per tornare sul continente , ciascuno alla propria destinazione : noi A.S. a  Roma , gli altri,ad Alessandria e  a Senigallia,gli  ufficiali all’Accademia .  Durante il viaggio da Pratobello ad Olbia ,transitando per i paesi, a bordo degli autocarri, molti  sardi,per lo più giovani   ci lanciavano   sassi ed invettive. Sicuramente non provavano  troppa simpatia nei nostri confronti . Comunque  nessun rancore.  Per completare la narrazione posto alcune foto scattate al  campo base di  Pratobello .

 

Per la redazione Polizianellastoria: Gianluigi Marconi

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