Gli istituti d’istruzione

GLI ISTITUTI DI ISTRUZIONE

La nascita e l’evoluzione delle scuole di Polizia

di Gianmarco Calore

Un aspetto molto spesso trascurato quando si parla di Polizia è proprio quello della formazione del suo personale, vale a dire quel settore che da molti è stato definito a ragione come la pietra angolare su cui poggia l’intera struttura della nostra Amministrazione.

In un momento storico come quello attuale, in cui sembra che una volontà astrusa stia mirando alla destrutturazione della Polizia di Stato nel nome di fantomatiche e poco credibili razionalizzazioni delle spese attuata mediante la progressiva chiusura di commissariati sezionali, sottosezioni di Polizia e uffici decentrati, anche gli istituti di istruzione stanno attraversando una delle fasi più buie della loro storia, colpiti da smantellamenti di strutture fino a pochi anni fa ritenute intoccabili.

La volontà di una preparazione del personale di Polizia che fosse adeguata ai tempi moderni fu sentita come primaria esigenza fin dagli esordi, quando già nel 1814 con le Regie Patenti emanate il 13 luglio nel Regno di Sardegna con la c.d. Direzione del Buon Governo i Carabinieri Reali vennero nominati quali unica forza di Polizia sul territorio: nel contesto per il relativo personale venne prevista la frequentazione obbligatoria di uno dei primi corsi di formazione che alla rigida disciplina militare affiancò le prime nozioni di grammatica e di cultura generale. Ben poca cosa, si intende: ma era già un inizio quando nel nostro Paese ancora diviso sotto dominii e culture diverse l’analfabetismo colpiva più del 90% della popolazione censita.

Si dovette comunque attendere il 1848 e l’emanazione dello Statuto Carlo-Albertino affinchè la disciplina del personale di Polizia fosse radicalmente riformata. Sia chiaro, siamo ancora lontani da una scolarizzazione degli allievi: i programmi erano estremamente vaghi e del resto non poteva essere altrimenti quando ci si rapportava con giovani che non avevano mai visto un libro e che tantomeno sapevano scrivere il proprio nome. La stessa calendarizzazione scolastica normale era ai suoi albori e si stentava a trovare personale docente idoneo che sapesse coniugare la formazione militare del Poliziotto con quella culturale e lessicale. Mancando poi ancora un Corpo di riferimento quale quello delle Guardie di P.S. che vedrà i suoi natali qualche anno dopo, la formazione tecnico-professionale continuò a rimanere ancora a lungo improntata su livelli di pressochè esclusiva marzialità: si preferiva un militare che sapesse fare il presentat-arm a regola d’arte a uno che fosse in grado di leggere e scrivere correttamente. E in fin dei conti, per quest’ultimo aspetto c’erano gli Ufficiali e i Funzionari. Una tale concezione della formazione accompagnò il Corpo per molti anni ancora creando una dannosa dicotomia che contrappose a personale dirigente laureato e iper acculturato una truppa di elevatissimo livello di ignoranza ancorchè meticolosamente formata sotto l’aspetto militare.

La svolta arrivò con la costituzione del Corpo delle Guardie di P.S. nel 1852: il fortissimo imprinting liberale voluto da Carlo Alberto doveva esplicarsi in una Polizia moderna e al passo con i tempi, nel tentativo di risanare i rapporti con i Cittadini che vedevano invece nella Polizia uno strumento di oppressione e non di garanzia dei diritti e del rispetto delle leggi. A Torino venne creata quindi la prima scuola di Polizia, denominata Deposito di Polizia e nella quale vennero fatti affluire tutti gli allievi arruolati tramite appositi bandi. Anche questa fu una novità: ad arruolamenti forzati si preferirono quelli volontari facendo leva non solo sulla garanzia di una formazione culturale che altrimenti per molti sarebbe restata un’utopia, ma anche sul trattamento economico che, per quanto basso, per la stragrande maggioranza degli arruolati costituiva molto più di una garanzia di sopravvivenza.

Il regolamento del primo Deposito di Polizia fu quanto di più innovativo per un’Italia lanciata ormai sulla via dell’unità nazionale. Il piano di studi prevedeva nientemeno che l’acquisizione della licenza di seconda elementare, con la possibilità di arrivare a quella di quinta per coloro che avessero voluto intraprendere la carriera di Sottufficiali. Sotto l’aspetto meramente pratico, per molti la scuola di Polizia fu garanzia di tre pasti caldi e di un bagno al giorno: elementi questi decisamente non trascurabili se si considera il fatto dell’elevata diffusione di malattie endemiche e di vere e proprie epidemie derivanti dalla scarsa igiene. L’allievo-guardia era sottoposto fin dall’inizio a una severissima disciplina militare che arrivava a vincolarlo anche negli aspetti della vita personale. A questo si aggiungeva lo studio delle materie tecnico-pratiche e di quelle culturali che spaziavano dalla grammatica italiana ai rudimenti di matematica alla storia e geografia. Insomma, una mole di lavoro immensa per la quale bastava il mancato superamento di una verifica periodica per la destituzione dal ruolo ricoperto. Tuttavia una tale severità dette presto i suoi buoni frutti: già da subito la qualità del personale neo immesso in servizio fece la differenza contribuendo in modo sostanziale a invertire la rotta di contrapposizione tra la Polizia e il Cittadino. 

Sotto l’aspetto logistico non ci si doveva aspettare certo una vita comoda: immense camerate senza riscaldamento, munite molto spesso di un unico locale adibito a latrina, con letti costituiti da semplici pagliericci in cui il nemico maggiore erano le pulci e i pidocchi; periodici trattamenti di disinfestazione riuscivano solo a tenere a bada gli sgraditi “ospiti” mentre l’igiene personale veniva fatta rispettare con cura quasi maniacale non certo per la tutela del singolo allievo, ma per evitare la diffusione di malattie. La mensa garantiva il minimo per la sopravvivenza mentre continuava a mancare una stabile assistenza sanitaria facendosi riferimento all’ospedale militare solo per i casi più gravi. In ogni caso, anche in situazioni così precarie, la prima Scuola di Polizia divenne presto un esempio che verrà seguito anche da altri Corpo militari.

Molto diversa era la situazione per il ruolo degli Ufficiali e per quello dei Funzionari. I primi provenivano direttamente dall’Esercito o dai Carabinieri Reali: la loro assunzione avveniva molto spesso in base a un sistema basato sul ceto di provenienza o sui meriti militari della famiglia di origine; mancava ancora un’Accademia o comunque una Scuola Ufficiali se si vuole fare eccezione per le c.d. Scuole di guerra la cui frequenza era una tappa obbligatoria per l’Ufficiale. Per i Funzionari la situazione era ancora diversa: qui si trattava di personale civile destinato alla direzione giuridico-amministrativa del Corpo, successivamente estesa a quella operativa e di ordine pubblico. La loro assunzione avveniva sulla base del rispetto di requisiti formali quali il diploma di scuola superiore o la laurea specialistica in materie giuridiche. Nel loro caso non esisteva una scuola di formazione ma, almeno all’inizio, un semplice periodo di affiancamento a Funzionari effettivi che dovevano procedere alla loro preparazione e valutazione prima dell’immissione in servizio. La canonizzazione della formazione per il personale dirigente iniziò solo a partire dal 1879 grazie alla spinta modernizzatrice impressa da Giovanni Bolis, allora direttore dei servizi di P.S.. Furono introdotte le prime forme di specializzazione per la polizia giudiziaria, amministrativa e per i servizi di sicurezza; iniziarono a muovere i primi passi anche i corsi di formazione per il personale addetto alle repertazioni fotografiche, il primo embrione della futura Polizia Scientifica. Ma tutto questo continuò a restare di esclusivo appannaggio del personale dirigente. La truppa continuò invece a essere formata secondo criteri che guardavano al solo aspetto culturale legato a mansioni meramente esecutive: la riforma dei piani di studio per le scuole di Polizia dovette attendere ancora parecchi anni.

Il primo tentativo di “smilitarizzazione” della Polizia italiana avvenne nel 1890 quando il Corpo venne rinominato Corpo delle Guardie di Città. Un simile tentativo trovava giustificazione nell’esigenza di un maggiore radicamento dei poliziotti in ambito urbano a fronte di un inasprimento delle tensioni sociali a causa del proliferare di movimenti anarchici e insurrezionali i cui attentati funestarono l’intera Penisola. La ridenominazione del Corpo vide anche un implemento del numero degli Istituti di Istruzioni, finalmente considerati vere e proprie scuole di Polizia. A Torino seguirono a breve distanza Caserta e Roma, grazie al numero sempre crescente di domande di arruolamento e alle esigenze di aumentare il personale operativo. I piani di studio previsti per la truppa continuarono a privilegiare la scolarizzazione del futuro agente e per la prima volta furono introdotte nuove materie quali l’educazione civica e i primi rudimenti di procedura penale. Fu peraltro questo un periodo assai confuso nella storia della Polizia: un organismo nato tutto sommato da poco e che non aveva trovato ancora un suo inquadramento specifico nell’ambito della pubblica sicurezza. A testimonianza di ciò si veda il tentativo di dividere le competenze con l’Arma dei Carabinieri tentato una prima volta a Roma con la costituzione di un nucleo di agenti denominati Polizia della Capitale. Anziché definire con maggiore chiarezza le rispettive competenze, un simile provvedimento creò invece molta più confusione negli appartenenti alla Polizia che si videro subissati di compiti e mansioni a metà tra il vigile urbano, il poliziotto e l’impiegato comunale. Nonostante il progetto sia poi naufragato nel giro di appena un anno, tanto bastò per un’involuzione nel programma di studi e formazione dell’allievo agente che si vide dapprima costretto a studiare nuove materie e poi improvvisamente a doverle “dimenticare” quando il Corpo tornò alle sue mansioni originarie.

Una foto di allievi sottufficiali del Corpo delle Guardie di Città

 

A fronte di indubbi miglioramenti nella qualità strutturale del Corpo, erano ancora molti i settori in cui si avvertiva sempre più come necessaria una spinta di modernizzazione. Primo tra tutti quello dell’ordine pubblico. Troppo spesso infatti le manifestazioni di piazza, comunque molto cruente, sfociavano nell’uso indiscriminato delle armi da fuoco da parte degli agenti che dal canto loro non erano né preparati ad affrontare situazioni particolarmente pesanti, né tantomeno attrezzati per poterlo fare in sicurezza. Sotto questo aspetto dovranno tuttavia trascorrere parecchi anni prima di un tardivo adeguamento alle situazioni di piazza.

L’inizio del XX° secolo vede invece una spinta formativa tecnico-scientifica: le lezioni del prof. Ottolenghi e del prof. Lombroso diventano manuali su cui si preparano migliaia di allievi e che sembrano aprire nuovi inesplorati scenari. In questi anni la preparazione della Polizia italiana diventa modello anche per le Polizie di altri Paesi che iniziano a copiare il nostro metodo formativo. L’allievo agente esce ora dalla scuola di Polizia direttamente con la licenza elementare di secondo grado, quella della quinta tanto per intenderci. 

Ma quando sembrava che tutto il sistema fosse perfettamente avviato, scoppiò la Prima Guerra Mondiale che decimò il Corpo a causa di forzati incorporamenti del suo personale nei ruoli dell’Esercito chiamato a combattere sul fronte settentrionale. Nelle città venne lasciato un esiguo numero di agenti e funzionari mentre le scuole di formazione furono temporaneamente chiuse: una battuta di arresto che porterà un declino strutturale e qualitativo la cui onda lunga si farà sentire addirittura fino all’avvento del Fascismo. Quando la guerra finì, i reduci rientrarono alle loro occupazioni terribilmente abbruttiti, molto spesso senza nemmeno più l’idoneità a riprendere il servizio di Polizia. Tali reduci andarono a ingrossare il già rilevante numero di disoccupati molti dei quali confluiranno tra breve in formazioni irregolari quali i Fasci di Combattimento. Per fronteggiare l’improvvisa mancanza di uomini, con l’arruolamento urbi et orbi il Governo ricorse a un espediente che invece di guardare anche alla qualità finì con il creare un manipolo di sciancati per nulla operativi ed esteticamente inguardabili: le parate militari dei primi anni Venti videro sfilare soggetti senza un’uniforme regolamentare, storpi, senza nessuna attitudine militare, assolutamente inadatti ad affrontare i compiti d’istituto per i quali erano stati arruolati….

A tale situazione venne posto urgente rimedio attraverso l’unica strada ritenuta percorribile: quella della nuova militarizzazione del Corpo che nel 1919 tornò a chiamarsi Corpo della Regia Guardia per la P.S.: adozione dell’uniforme grigio-verde con le stellette, rigidissimi criteri di selezione del personale e altrettanto selettivi corsi di formazione cercarono di imporre un’inversione di rotta. Vennero riaperte le scuole di Polizia secondo nuovi criteri di inquadramento del personale che però lo allontanarono da quell’esigenza di vicinanza al cittadino tanto auspicata da Carlo Alberto.

Una rara foto di fine corso per Guardie Regie e del Ruolo Specializzato dell’Arma dei Carabinieri

 

Tralasciando in questa sede l’analisi del tentativo di scioglimento del ruolo di punta della Polizia italiana voluto da Mussolini, la formazione del personale ricevette a partire dagli Anni Venti la sua codificazione definitiva che nel corso degli anni a venire subirà solo lievi modifiche: infatti la sua struttura militare non la abbandonerà più fino alla smilitarizzazione del 1981.

L’Italia coloniale degli anni Trenta evidenziò una delle strutture formative più all’avanguardia del periodo: la scuola di Polizia dell’Africa Italiana di Tivoli, vicino Roma. Tale struttura, collocata logisticamente in un complesso estremamente moderno, fu dotata dei migliori comfort e del programma di studi più avanzato. La Polizia dell’Africa Italiana infatti doveva non solo gestire i già complessi problemi di ordine e sicurezza pubblica in ambito coloniale, ma anche concorrere con l’alleato germanico alla difesa del territorio sotto il profilo bellico contro gli Inglesi. Quindi, non solo Poliziotti ma anche soldati. Il riverbero in tema di pubblicità di tale scuola valicò ben presto i confini d’Italia: in essa giunsero anche soldati e poliziotti provenienti da Germania e Francia per acquisire nozioni e tecniche operative ritenute innovative e che non tardarono a imporre la P.A.I. Come una delle forze di Polizia più importanti e blasonate. Il Poliziotto formato alla scuola di Tivoli usciva con un elevatissimo standard militare e culturale: la sua preparazione oltre su materie spiccatamente belliche spaziava su argomenti di cultura generale molto più vasti rispetto a quelli che venivano insegnati nelle scuole di Polizia del resto del Paese. Per la prima volta un Poliziotto riceveva anche una valida formazione sotto il profilo linguistico mediante l’insegnamento della lingua francese e tedesca. L’addestramento prevedeva inoltre l’abilitazione all’uso di svariate tipologie di armi e alla conduzione di mezzi blindati e cingolati nonché – e questa fu la più importante innovazione – al pilotaggio di mezzi aerei tra cui l’elicottero, velivolo che venne impiegato per la prima volta proprio in Africa con compiti di pattugliamento e ricognizione. 

La Scuola Allievi PAI di Tivoli divenne ben presto un modello di istruzione e formazione anche per le forze di polizia di altre Nazioni

 

Va evidenziato come la formazione del Poliziotto di questo periodo venne improntata inevitabilmente al rispetto del regime fascista e delle sue prerogative. Fu questo un periodo molto ambiguo nella storia della Polizia italiana in cui a compiti peculiari di garanzia dell’ordine e della sicurezza pubblica se ne affiancarono altri decisamente più di parte, a tutela della sopravvivenza stessa del regime. Tale ottica impose una nuova e radicale rivisitazione dei programmi di studio, e ciò a tutti i livelli gerarchici. Alla struttura più militare del Corpo ne vennero affiancate altre con compiti molto più specifici di repressione e controllo dei movimenti politici antagonisti. Insomma, sotto il termine “Polizia” confluirono tanti, troppi organismi di controllo che accrebbero il disagio e il sospetto verso l’intera Pubblica Sicurezza. Iniziò proprio in questo periodo la frammentazione istituzionale che sfocerà in pochi anni nella dicotomia tra Polizia Repubblicana e Corpo delle Guardie di P.S.. Il ruolo dei Funzionari di P.S. assorbì in modo particolare una tale “fascistizzazione” della Polizia: fu loro imposto l’uso dell’uniforme di servizio e i criteri di assunzione (per loro come per qualsiasi altro impiegato statale) guardava prima di tutto alla provata fedeltà al Fascismo (magari condita da una sana dose di nepotismo) e solo in un secondo momento alla loro posizione legale e giudiziaria: fu così che vennero assunti anche veri e propri criminali che in tempi non sospetti avrebbero meritato ben altri destini. Mentre dunque il regime volle circondarsi di fedelissimi funzionari, i criteri di arruolamento e di inquadramento della truppa continuarono a rimanere abbastanza incerti: l’esigenza di rafforzamento della Polizia di questo periodo guardava alla quantità e soltanto dopo alla qualità. La perdita delle stellette dall’Uniforme, sostituite dai Fasci Littori, fece perdere in gran parte la considerazione stessa del Corpo considerato a seconda delle esigenze come militare o civile: molti dei nuovi agenti si videro infatti assegnati a mansioni che poco o nulla avevano a che vedere con servizi istituzionali come magazzinieri, cuochi, meccanici, giardinieri. All’assenza di impieghi operativi fecero seguito in molte caserme giornate di assoluta inattività in cui gli agenti venivano impiegati al massimo in ripetitive sessioni di addestramento formale: le preminenti esigenze di tutela dell’ordine pubblico erano infatti state delegate in massima parte a Corpi “paralleli” quali la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e, in alcuni casi, anche alle Brigate Nere. 

Scuola Allievi dei Corpo degli Agenti di P.S.: venne reintrodotto l’uso dell’uniforme grigio-verde

Scuola sottuficiali del Corpo degli Agenti di P.S.: siamo nel 1942

 

Un cenno a parte merita la formazione del personale confluito nella Polizia Repubblicana dopo l’Otto settembre 1943. Confermando il fatto che, a parere di chi scrive, tale polizia faceva parte di uno Stato che si potè definire senza timori di smentita golpista, restò comunque un organo di pubblica sicurezza che gestì il Nord Italia per almeno due anni. La Polizia Repubblicana nacque e si sviluppò come organo di polizia della Repubblica Sociale Italiana fondata da Mussolini a Salò: i suoi compiti di polizia in senso stretto sfociarono alle estreme conseguenze in forme di collaborazionismo più o meno palese con l’esercito di occupazione nazista. Un mostro a due teste, insomma, che coniugò nella sua breve storia meriti e demeriti. La figura di un simile organo si contrappose al Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza rifondato da Badoglio nel 1944 e operativo nel resto d’Italia. Nella Polizia Repubblicana vennero fatti confluire innanzitutto dall’oggi al domani, con le buone o con le cattive gli appartenenti al Corpo degli Agenti di P.S. operativo fino a quel momento in tutta la Penisola: chi non vi aderì ebbe come unica alternativa il darsi alla macchia cercando di emigrare all’estero o andando a ingrossare le sacche resistenziali dei partigiani. Quindi, una Polizia che vantò fin dall’inizio personale già preparato al quale andavano affiancati i neo agenti dei Battaglioni ausiliari e che comunque bisognava addestrare in una nuova ottica di fedeltà a un regime ormai agonizzante ma almeno in apparenza ancora in piedi. Alla garanzia dell’ordine e della sicurezza pubblica si affiancavano compiti di contrasto ai c.d. “ribelli” con attività di rastrellamento e di repressione che costituirono in taluni casi veri e propri atti di barbarie. La formazione dei poliziotti repubblichini avveniva in strutture delocalizzate: Torino, Milano, Bologna, Genova, Vicenza e Trieste ma anche mediante la frequenza di aggiornamenti tenuti da ufficiali della Wehrmacht. La struttura ufficiale della Polizia Repubblicana nascose peraltro organismi non regolamentari composti da criminali di guerra e criminali comuni il cui operato gettò ombre insanabili anche sulla parte “buona” e fondamentalmente poliziesca del Corpo. La peculiarità della Repubblica Sociale, con la necessità di controllo del territorio praticamente strada per strada attraverso innumerevoli posti di blocco implementò la costituzione dei già citati Battaglioni Ausiliari a loro volta articolati in Compagnie e Distaccamenti: il personale in essi incorporato ricevette una specifica formazione soprattutto in materia di controllo documentale. Dovendosi disporre di personale comunque operativo, il governo repubblichino preferì formare gli agenti direttamente sul posto mediante specifici corsi tenuti direttamente nelle caserme da funzionari fascisti all’uopo incaricati. Si dovette poi dare un minimo comune denominatore a formazioni di polizia nelle quali erano confluiti soggetti provenienti dalle più disparate realtà del Fascismo: Camicie Nere, Guardia Nazionale Repubblicana, Milizia Volontaria e altre ancora. La caduta definitiva di Mussolini e la successiva Liberazione ad opera degli Alleati creò un nuovo sbandamento per la Polizia italiana, con situazioni al limite del paradosso che trovarono soluzione solo con l’avvento della Costituzione italiana e di leggi speciali che rimisero un po’ di ordine in una situazione socio-politica esplosiva.

La fine della Seconda Guerra Mondiale e, di lì a poco, anche della monarchia costituì il più sostanziale giro di boa per la Polizia italiana che, a una riconferma del suo status militare, fece seguire una radicale riforma della formazione degli allievi. Le scuole di Polizia erano ormai una realtà consolidata e la rafforzata esigenza di risposte certe alla cittadinanza non fece altro che implementare il programma di studi. Le materie di quest’ultimo aumentarono e con esse il livello di difficoltà del corso medesimo che coniugava in modo imprescindibile la formazione culturale con quella militare e operativa. L’assunzione di nuovo personale mediante i primi bandi di concorso pubblico e la conseguente selezione attitudinale ad hoc permisero di immettere in servizio guardie anagraficamente molto più giovani rispetto a quelle fatte transitare da altri ruoli per ovviare alla vacanza post-bellica di organico: gente giovane che era in grado di recepire le nozioni prima e meglio dei colleghi anagraficamente più anziani. La neonata forma di democrazia impose un radicale stravolgimento dei criteri di formazione: per la prima volta il Ministero dell’Interno si avvalse in pianta stabile della collaborazione di docenti esterni provenienti da licei e università. Chiariamoci: non è che dalla sera alla mattina la Polizia si ritrovò all’improvviso una struttura nuova e ricostruita, anzi! Dovranno passare molti anni ancora – forse addirittura più di quaranta – prima di parlare di una nuova Polizia. Per quanto riguarda gli istituti d’istruzione, questi vennero incrementati su tutto il territorio nazionale per fronteggiare un massiccio numero di allievi arruolati mediante bandi di concorso sia per effettivi che per ausiliari. Mentre per la formazione degli allievi-guardia e degli allievi sottufficiali l’iter rimase sostanzialmente invariato rispetto a quanto visto sopra, cambiò invece quello per gli allievi Ufficiali: la canonizzazione di una vera e propria Accademia di Polizia dovrà attendere ancora qualche anno, tuttavia il governo capì subito l’inadeguatezza di un Ufficiale fatto transitare dall’Esercito rispetto a uno formato direttamente “in casa”. Vennero quindi indetti i primi concorsi per l’arruolamento di allievi Ufficiali di Polizia che furono avviati ai relativi corsi di formazione a Roma presso la caserma di via Panisperna, già sede del Battaglione Mobile, successivamente ridefinito Reparto Celere. Non era definito ancora il piano di studi che caratterizzerà a partire dai primi Anni Sessanta la nostra Accademia, tuttavia venne stabilito un primo e fondamentale spartiacque tra il ruolo Ufficiali dell’Esercito e quello di Polizia.

Scuola Allievi Guardie di P.S. di Castro Pretorio (Roma)

 

L’arruolamento degli allievi-guardia veniva scandito da criteri severissimi già nella fase di accertamento preliminare dei requisiti: test psico-attitudinali e di cultura generale erano preceduti da scrupolose e capillari indagini sulla persona e sulla famiglia dell’aspirante. In linea di principio il corso di formazione prevedeva sei mesi di corso con la qualifica di allievi-guardia e ulteriori sei mesi di prova con la qualifica di guardia-allievo. Inoltre, la rafferma era triennale per tutta la durata del servizio fino alla pensione: ciò significava che la guardia la quale non avesse riportato giudizi quantomeno di sufficienza sulla qualità del suo servizio veniva automaticamente destituita dal Corpo. Un simile trattamento era giustificato dal fatto che il militare, non potendo mai dare per scontata la sua rafferma, era tenuto a un auto-miglioramento della sua attitudine e della sua preparazione sapendo che a cadenza triennale sarebbe stato sottoposto ai relativi giudizi da parte del proprio Comandante.

Ben presto i risultati di tale severità portarono gli appartenenti al Corpo delle Guardie di P.S. a un elevato standard di preparazione che non tardò a riscuotere il rispetto del Cittadino: erano anni in cui ancora il rapporto tra quest’ultimo e la Pubblica Amministrazione era ben lungi dall’essere paritetico, tuttavia nelle Questure e nei vari Reparti ci si trovò di fronte a personale molto più preparato rispetto al recente passato. Già alla fine degli Anni Cinquanta lo svecchiamento del Corpo grazie alla continua immissione in servizio di guardie sempre giovani e dinamiche poteva dirsi concluso: questo consentì alla Polizia italiana di approfondire maggiormente l’aspetto delle specialità: Polizia Stradale, Polizia di Frontiera e Polizia Ferroviaria vantarono il rafforzamento delle scuole di preparazione e la fondazione di quelle nuove ove mancanti in precedenza. Il Centro di Addestramento della Polizia Stradale di Cesena venne rimodernato grazie all’entrata in vigore del nuovo Codice della Strada e all’adozione di nuovi mezzi e strumenti di rilevazione che richiedevano una preparazione specifica di alto livello. Stessa cosa per la scuola di Polizia di Frontiera di Duino (TS) il cui programma di studi venne arricchito da materie nuove quali lo studio del falso documentale e della normativa sul soggiorno degli stranieri in Italia.

A Nettuno (Roma) venne implementata la Scuola di preparazione e perfezionamento per Sottufficiali i quali, con la qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria, abbisognavano di una preparazione giuridica molto più approfondita rispetto a prima. La necessità di brigadieri e marescialli era così impellente che presto alla Scuola di Nettuno venne affiancato un distaccamento presso la Scuola di Caserta, già attiva come scuola allievi guardie. Il bisogno di continua specializzazione all’interno della Polizia fece sì che prendessero il via in pochi anni nuovi corsi di formazione per tecnici di Polizia Scientifica, terminalisti, operatori radio, meccanici e addetti al minuto mantenimento delle strutture, armieri e istruttori di tiro, contabili ed economi. Del resto in questi anni non esisteva la figura dell’impiegato civile all’interno delle caserme e pertanto il militare di P.S. doveva essere in grado di operare in tutto l’ambito del casermaggio.

Scuola Allievi Sottufficiali di Nettuno (Roma)

 

A partire dai primi anni Sessanta venne fondata l’Accademia Ufficiali del Corpo delle Guardie di P.S.: una struttura nuova dotata degli allestimenti più all’avanguardia, ma soprattutto un programma di studi che impresse una svolta fondamentale nella formazione dei nuovi Comandanti destinati essenzialmente ai Reparti Celere e alla Polizia Stradale. Per la prima volta venne previsto un corso quadriennale che facesse conseguire al suo frequentatore la laurea in giurisprudenza, oltre che una spiccata preparazione in ambito di Polizia: prima di allora infatti, gli Ufficiali provenivano dal ruolo delle Forze Armate tramite transiti paralleli e dopo la frequentazione di corsi di specializzazione che nulla avevano a che fare con il corso di studi della nuova Accademia. Tanto fu il successo riscosso da questa struttura, che già alla fine degli Anni Sessanta al suo interno erano stati introdotti ulteriori programmi di specializzazione per la Polizia Scientifica. L’evoluzione dell’Accademia di Polizia fu completata con la creazione dei corsi per Ufficiale Medico ai quali accedevano per concorso i laureati in Medicina e Chirurgia: il Ministero volle in questo modo imprimere una spinta autonomistica del Corpo delle Guardie di P.S. che fino ad allora sotto il profilo medico era continuato a dipendere dagli ospedali militari e dal corrispondente Ruolo della Sanità dell’Esercito.

Accademia Ufficiali del Corpo delle Guardie di P.S.

 

Parallelamente si continuò a espandere il numero di istituti d’istruzione: l’arruolamento e l’immissione di nuove leve nella Polizia italiana era strettamente legato alla necessità di rinforzo soprattutto dei Reparti Celere a fronte di una situazione di ordine pubblico che stava diventando sempre più esplosiva. Oltre ai concorsi ordinari, venne rispolverato il profilo della guardia ausiliaria assunta in questo caso per adempiere agli obblighi di leva con possibilità di ulteriore rafferma. Furono creati addirittura distaccamenti delle scuole presso strutture decentrate quali le caserme dei Reparti Celere: in questi casi gli allievi-guardie potevano essere impiegati eccezionalmente come aliquote di rinforzo in caso di gravi problemi di ordine pubblico: negli Anni Settanta era molto facile vedere battaglioni di allievi-guardia che si distinguevano per il bavero della giacca orlato con un profilo dorato schierati lungo le strade con gli scudi e gli sfollagente, non però anche con le armi da fuoco.

Lo spartiacque che chiuse definitivamente con il passato fu anche per gli istituti d’istruzione la smilitarizzazione della Polizia avvenuta nel 1981. La rivisitazione della struttura della nuova Amministrazione della P.S. comportò una radicale riforma anche dei programmi di studi: non era cambiato solo l’organigramma interno con l’introduzione di nuove qualifiche, nuove strutture e con l’unificazione del ruolo Ufficiali con quello dei Funzionari; stava cambiando il modo stesso di fare Polizia, di essere Poliziotti. L’esigenza di avvicinamento al Cittadino si fece ancora più impellente e impresse alla formazione dei nuovi agenti una spinta modernizzatrice fortissima. Sempre attenta al proprio passato, la nuova Polizia di Stato fu però altrettanto solerte nell’adeguamento dei piani di studio che mirarono alla formazione del nuovo personale a 360 gradi: polizia giudiziaria, tecniche operative ma anche diritto, lingua straniere e informatica. Del resto, la levatura culturale media era cresciuta moltissimo: i nuovi aspiranti poliziotti erano in linea di massima dotati quantomeno di licenza media, ma stavano aumentando in modo esponenziale i diplomati; addirittura qualche laureato stava facendo la sua apparizione anche nei ruoli – base per potersi garantire una carriera futura dall’interno. Ai corsi per Funzionari (l’Accademia con il suo ciclo di studi quadriennale rimase operativa fino al 1992) aumentò il numero di aspiranti provenienti dal ruolo Assistenti – Agenti o da quello di Sottufficiali.

Le specializzazioni si fecero ancora più nette e accrebbero il loro numero con l’introduzione di nuove figure quali quella del Poliziotto di Quartiere. Alcune scuole fecero un salto di qualità passando da semplici istituti d’istruzione per allievi agenti a scuole di specializzazione: un esempio tra tutti, la Scuola di Controllo del Territorio di Pescara.

1981: primo corso per Allievi Agenti

 

La legge di riforma del 1981 introdusse per la Polizia di Stato il ruolo Ispettori, un quadro intermedio tra il sottufficiale e il funzionario con spiccate attitudini investigative e che avrebbe dovuto formare una sorta di punta di diamante nella polizia giudiziaria. La struttura era articolata inizialmente in 2500 Ispettori sparsi in tutta Italia e incardinati in seno alle Squadre Mobili: perciò fu logico implementare la già blasonata Scuola Sottufficiali di Nettuno con programmi didattici di nuovissima concezione e di diretta derivazione statunitense. Le lezioni furono tenute anche da docenti provenienti da F.B.I. E da altre Agenzie governative quali la D.E.A. E la F.D.A.. Purtroppo in questo caso la figura dell’Ispettore di Polizia così come concepita all’origine fu quasi subito svilita nei suoi ruoli e nei suoi compiti soprattutto da una scellerata riforma delle carriere che nel 1992 fece transitare in tale ruolo numerosissimi ex sottufficiali che pertanto furono impiegati in funzioni di più basso profilo e che addirittura non avevano nulla a che vedere con compiti investigativi o di polizia giudiziaria. In ogni caso la Scuola Sottufficiali di Nettuno mantenne inalterato il programma di studi, tanto che nel 2005 da essa venne scorporata la formazione del ruolo Sovrintendenti (trasferita alla Scuola di Spoleto) lasciandole in via esclusiva quello degli Ispettori.

La necessità di fruire di personale sempre più specializzato implementò ulteriormente particolari ambiti di formazione: è stato quindi rafforzato il programma di studi per la Polizia Scientifica e per la Polizia Postale: quest’ultima, deputata negli Anni Ottanta e Novanta alla sola scorta ai furgoni postali, oggi si è trasformata nella più moderna Polizia delle Telecomunicazioni al cui interno vengono immessi Agenti, Sottufficiali e Funzionari i quali, grazie a un severissimo corso formativo, riescono quotidianamente a contrastare i crimini informatici quali la pedofilia on-line, le truffe informatiche, la diffusione di materiale pericoloso tra cui, dopo l’Undici Settembre 2001, il terrorismo internazionale. La Polizia Scientifica è passata dalla semplice repertazione foto-dattiloscopica degli Anni Cinquanta a molto più complesse indagini che richiedono una ferrea formazione sotto il profilo della chimica, della fisica, della balistica, della genetica. Non solo: le nuove frontiere della medicina legale hanno introdotto moderne figure investigative quali i profilers e gli analisti comportamentali la cui formazione avviene mediante corsi tenuti anche all’estero. In questo senso la nuova Polizia di Stato ha ampliato il proprio bagaglio informativo grazie anche a continui raffronti e stages con le Polizie europee e americane grazie a un interscambio che contribuisce in maniera fondamentale a creare quella Polizia europea accomunata dalla stessa metodologia di indagine.

E oggi? Cosa sta succedendo alla Polizia di Stato e alla formazione del suo personale? La modifica dei criteri di arruolamento intervenuta a seguito dell’abolizione del servizio di leva obbligatoria ha creato una discutibile (e per alcuni pericolosa) militarizzazione della Polizia dal momento che i nuovi Allievi devono passare obbligatoriamente attraverso un periodo di ferma breve effettuato nelle Forze Armate. Un tale criterio sta avendo inoltre l’effetto di immettere in servizio Agenti anagraficamente già anziani e dotati di una forma mentis sotto molti aspetti antitetica rispetto a quello che si vuole oggi per un Poliziotto: tutto questo si traduce non solo in un invecchiamento dell’intero Corpo di Polizia, ma anche nella necessità per gli Istruttori di riformare gli allievi secondo una diversa mentalità. A questo si aggiunga il fatto che, in un’ottica di criticabile razionalizzazione delle risorse, molte scuole allievi hanno dovuto chiudere i battenti: nel migliore dei casi le strutture sono state destinate ad altri impieghi, ma in altri sono state addirittura cedute definitivamente al demanio. Il programma dei corsi è stato nuovamente rivisitato con un allungamento del periodo di formazione che oggi vede l’allievo agente immesso in servizio operativo addirittura dopo un anno di corso.

 

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