Eduardo Domanico, allievo agente di P.S. e il Battaglione mobilitato “Fiume”

Riceviamo sulla mail redazionale questa meravigliosa foto e il relativo commento inviati dall’Ispettore Capo Massimiliano Domanico.

 

Plotone Ginnico Scuola Allievi Agenti di P.S. di Caserta, maggio 1943, XXI Era Fascista

Allievo Agente di P.S. Eduardo Domanico, fila centrale, quinto da destra

La foto ritrae indubbiamente i futuri appartenenti al Battaglione Mobilitato di P.S. “Fiume”

Buongiorno a tutta la Redazione e soprattutto complimenti e ringraziamento per l’istituzione del sito. Mi sono imbattuto per caso nel sito web cercando informazioni sul Corpo della Polizia di Stato di cui sono orgoglioso di fare parte da circa 29 anni; tra l’altro nella mia famiglia siamo 4 su 6, dai miei fratelli all’ormai scomparso papà.

Purtroppo molte delle persone che hanno dato la vita per il lavoro ho avuto l’onore di conoscerli, di altri ne ero a conoscenza poiché all’epoca seguivo i fatti d sangue dei terribili “anni di piombo” perché mio fratello prestava servizio a Roma. 

Alla presente allego una foto di papà ove sul retro vi era la dicitura A.A. di P.S. Domanico Eduardo. Papà mi raccontava che erano partiti in 500 per la Croazia e che moltissimi di loro sono caduti sul campo di battaglia. Negli occhi di quei ragazzi del 1943 con scarponi, pantaloncini, giberne, bustina e Moschetto ’91 vedo l’orgoglio che abbiamo avuto tutti noi frequentatori del corso per accedere ai ruoli della Polizia.

Cordiali saluti.

Ispettore Capo della Polizia di Stato

Massimiliano Domanico

 

La Redazione ringrazia sentitamente il Collega per l’importantissimo materiale trasmesso.

 

BATTAGLIONE DI P.S. MOBILITATO “FIUME”

di Rocco Saponara

 

Attenzione: l’articolo contiene alcuni passaggi piuttosto scabrosi che la Redazione ha deciso di mantenere proprio per trasmettere la vicenda in tutta la sua terribile drammaticità. Se ne sconsiglia quindi la lettura alle persone particolarmente impressionabili.

N.B.: le foto a corredo del presente articolo appartengono alla collezione di famiglia dell’Autore e sono state concesse in esclusiva a Polizianellastoria. Ogni altro utilizzo è da ritenersi vietato.

 

 

 

Salve. Mi chiamo Rocco Saponara e desidero che i fatti che racconterò così come il materiale fotografico che invio vengano resi pubblici per non dimenticare il sacrificio degli SFORTUNATI RAGAZZINI DEL BATTAGLIONE “FIUME”.

 

Mio papà si chiamava Giuseppe, classe 1924: si arruolò nelle Guardie di Pubblica Sicurezza il 20 febbraio del 1943, fu ammesso a frequentare il corso di istruzione presso la scuola tecnica di Polizia di Caserta. Il 1° giugno 1943 venne nominato guardia di P.S. e teoricamente destinato alla questura di Napoli ma succede che a causa degli eventi bellici in corso lo stesso capo della Polizia di allora, Lorenzo Chierici, già prefetto di Pola (Istria) dal 1939 al 1941 e quindi conoscitore di quei territori, recatosi presso la scuola, nel suo discorso “augurale” annuncia che tutte le destinazioni sono abolite e siccome la guerra stava procedendo di male in peggio, le neo guardie di p.s. partivano per il fronte orientale Croazia.

 

 

 

 

 

 

Ufficialmente veniva costituito il cosiddetto battaglione di polizia speciale mobilitato “Fiume”, mio papà per sua disgrazia viene assegnato proprio al medesimo comandato dal capitano Ermanno Di Loreto; in pratica nel giro di poco questi ragazzi che volevano fare i poliziotti vengono trasformati in veri e propri soldati indossando la divisa verde; dei poliziotti restava solo il fregio, l'”aquila”; il fatto che erano diventati dei soldati – mi diceva mio papà – si capiva anche dagli armamenti in dotazione al battaglione che oltre alla pistola in dotazione personale modello Beretta M34, al moschetto e al mitra con la canna bucata, prevedeva armamenti pesanti tipo mortaio Brixia mod. 35, mitraglia modello Breda M37 e bombe a mano. Così armato il battaglione da Caserta agli inizi del giugno 1943 parte con una tradotta militare per la Croazia: ufficialmente la missione è di “operazione di rastrellamento contro i ribelli”, in pratica contro i partigiani titini croati. Ricordo, a titolo di informazione storica, che  all’epoca la Croazia era territorio italiano.

 

Giunti in Croazia, e precisamente nella zona di San Martino di Sussak, proprio a motivo della zona geografica in cui il battaglione era di stanza viene denominato: Battaglione di Polizia Speciale Mobilitato “Sussak” (Fiume), come risulta dal foglio matricolare caratteristico di mio papà alla pagina 3, anche se l’area di azione andava ben oltre: infatti mio papà mi diceva che si erano spinti fino a Spalato, Zara e Lubiana. Dicevo, giunti colà la prima notte vengono di sorpresa attaccati dai partigiani slavi; proviamo a immaginare lo sconcerto e lo stupore di ragazzini che fino a quel momento avevano sparato solo per esercitarsi e all’improvviso si trovano coinvolti in una vera e propria battaglia; ricordo le parole di mio papà, che gli ufficiali con le pistole in pugno gridavano come dei pazzi: “Ragazzi, sveglia altrimenti questi ci ammazzano tutti!”. Mio papà venne assegnato a una mitragliatrice Breda e comincia a sparare contro questi nemici, altri suoi compagni coi mitra e coi moschetti, insomma, un vero e proprio scontro senza esclusione di colpi che dura fino all’alba; mio papà mi diceva: “Alla fine di quella notte terribile capii che se in un primo tempo mi ero arruolato in Polizia per non fare la guerra il destino mi aveva giocato un brutto scherzo in quanto da quel momento in poi ero giunto al fronte”.

 

Il battaglione quotidianamente fu impegnato in operazioni antiguerriglia che venivano condotte nei boschi della Croazia, vere e proprie foreste, durante le quali mio papà, essendo tiratore scelto, veniva inviato quasi sempre in avanscoperta e in molti casi affiancava il capitano Di Loreto per il quale aveva una vera e propria venerazione, infatti diceva: “Nelle operazioni di rastrellamento il capitano Di Loreto con la pistola in pugno era sempre in testa a tutti”.

 

 

 

Tra i tanti episodi che mi ha raccontato ne espongo alcuni che ritengo siano di una certa importanza. L’episodio che sto per raccontare è di una certa crudeltà, se lo ritenete tagliate i particolari più crudi.

 

Durante una di queste operazioni di rastrellamento a un certo punto la squadra di mio papà con altre squadre sparse sentono delle urla bestiali provenire dall’interno del bosco; allora iniziano ad avvicinarsi e a un certo punto si trovano dinnanzi a una situazione raccapricciante: un gruppo di una trentina di partigiani sta torturando un ufficiale italiano legato a un albero, praticamente con una tenaglia gli hanno asportato i denti e tagliati i testicoli, con un chiodo glieli hanno appesi alla fronte. Purtroppo sono arrivati tardi ma iniziano una vera e propria battaglia che porta allo sterminio di tutti i partigiani.

 

Da ciò è facile evincere che non si facevano prigionieri e a motivo di ciò il capitano Di Loreto gli diceva sempre: “Non consumate mai l’ultima pallottola ma tenetela per voi nel caso abbiate la sfortuna di cadere nelle mani del nemico”. Mi scuso ancora per i particolari crudi dell’episodio ma purtroppo queste erano le situazioni estreme che potevano verificarsi oltre agli scontri giornalieri con le formazioni irregolari slave con armi che andavano dal moschetto, alla mitraglia, al mortaio e alle bombe a mano; ricordo ancora un altro episodio che mi raccontava mio papà: parlava di un appartenente alla milizia confinaria, un friulano abbastanza corpulento cui i partigiani avevano ammazzato il fratello gemello e la cui unità militare operava spesso con il battaglione: al ritorno dalle operazioni di rastrellamento lo stesso aveva le giberne piene di orecchie che svuotava, a dimostrare il numero di nemici ammazzati. Infine, durante uno scontro con i partigiani, mio papà fu ferito da una scheggia di bomba a mano che gli lesionò il nervo radiale del braccio sinistro. Insomma, denominatore comune era la guerra contro i partigiani titini condotta non da militari, ma da poliziotti il cui compito in altri momenti è quello di far rispettare la legge, non di fare la guerra.

 

Il 6 settembre 1943 il battaglione rientra in Italia e arriva a Roma il 7 settembre: mio papà viene assegnato al battaglione “Roma” e si trova il giorno successivo a dover combattere contro i tedeschi che stanno occupando la capitale: mio papà spara per diverse ore con una mitraglia Breda contro le formazioni tedesche e a un certo punto arriva il seguente ordine, probabilmente dopo avere consentito al Re e al suo seguito di fuggire: essendo loro Poliziotti (ecco la trasformazione inversa da militari a di nuovo poliziotti), il loro compito è appunto quello di mantenere l’ordine pubblico nella città di Roma, quindi vengono utilizzati per questo scopo; è ovvio che anche questo in simili momenti è un compito arduo in quanto mio papà mi diceva che tra i romani c’era chi era contro l’occupazione tedesca – la maggioranza – ma c’era una minoranza a favore e quindi si verificavano episodi in cui c’erano persone che, detta con le sue parole, “ci sparavano dai balconi e dalle finestre e a cui noi ovviamente rispondevamo”.

Passano le ore e la squadra di mio padre viene posta di guardia al ministero dell’interno: i tedeschi che avevano già occupato la capitale circondano i palazzi coi carri armati e disarmano mio papà e il resto della squadra; a mio papà prendono un orologio Zenith, la restante parte del battaglione che era di stanza presso l’allora caserma “Mussolini” viene fatta prigioniera colà e così il battaglione viene inviato in un centro di smistamento a Ostia in attesa di essere deportato in Germania. Qui rimane per una settimana e avviene un episodio che lui spesso mi raccontava. In pratica la sveglia al mattino era prestissimo, verso le 4, per l’appello; una di queste mattine uno di questi ragazzi fischiando dice “mamma mia, fa proprio freddo!”. I tedeschi interpretarono questo come un segnale e allora chiedono chi era il responsabile, ma nessuno risponde. Allora inizia la pratica usuale della decimazione, mio papà per fortuna nella conta è il numero 9, gli sventurati numeri 10 stanno per essere fucilati quando il responsabile si fa avanti e ammette di essere stato lui a fischiare e che il gesto non aveva nessun secondo fine; l’ufficiale nazista dice “va bene, che non si ripeta più” e gli dice di tornare al suo posto, a appena si gira ordina di mitragliarlo.

La deportazione viene evitata grazie all’intervento del conte Calvi di Bergolo che spiega ai tedeschi che anche se questi ragazzi vestono la divisa grigioverde non sono soldati ma poliziotti e così vengono reintegrati come tali ma per espletare servizi di polizia a fianco dei tedeschi; tutti contenti, siamo salvi! Ma in realtà i servizi consistevano in operazioni di rastrellamento contro oppositori, ebrei, etc.. Per fortuna il collaborazionismo dura pochi giorni e una domenica di inizio ottobre il capitano Di Loreto, riuniti alcuni ragazzi del battaglione tra cui mio papà in una chiesa, dice: “Ragazzi, questo non è il nostro servizio che consiste nel partecipare all’arresto dei nostri stessi fratelli che in mano a questi carnefici non sappiamo che fine gli fanno fare. Gli americani sono a Cassino, nel giro di 15 o 20 giorni arriveranno a Roma: se qualcuno di voi ha amici o parenti che possono nasconderlo, abbandoni pure”. Mio papà, così come altri suoi compagni, si dà alla macchia il 7 ottobre 1943, da quella data passarono circa 8 o 9 mesi fino al 4 giugno che lui trascorre in clandestinità aiutato da una famiglia che però lo nasconde in una casupola di loro proprietà che si trova nelle campagne attorno a Roma in quanto i tedeschi avevano affisso un manifesto secondo il quale chiunque dava aiuto a un disertore veniva punito con la morte lui e tutta la famiglia. Ovviamente queste persone gli avevano detto: “Ti possiamo dare una mano ma non puoi vivere con noi nella nostra casa di Roma”.

Non so quanto potrebbe interessare questo periodo, posso solo dirvi che durante il medesimo mio papà, come tutti i disertori, ha vissuto un secondo inferno che lo ha segnato più del primo. Questo è quanto posso dirvi per mantenere la memoria di “poliziotti ragazzini” che furono inviati al macello e che lo Stato, per motivi che non mi interessa esporre, ha preferito dimenticare.

Vi saluto e spero che rendiate pubbliche queste poche informazioni che vi ho fornito.

 

Per la redazione Polizianellastoria: Rocco Saponara

 

Galleria fotografica e documentale messa a disposizione dall’Autore:

 

 

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