Due figure nell’ombra

DUE FIGURE NELL’OMBRA

di Gianmarco Calore

Strana l’Italia, davvero strana. E’ un Paese tanto attento alla sua cronaca quanto ingenuo nel farsi distrarre da essa. O forse troppo lungimirante nella voglia di dimenticare. 

Ed è una storia strana anche quella che vi sto per raccontare: una storia che attraversa nei suoi antefatti quasi cinquant’anni di Repubblica democratica lungo un binario che unisce eventi socio-politici tra i più strazianti, servizi segreti, CIA, anticomunismo e un nome: Gladio.

Ah, già! Gladio!! Quel manipolo di dissennati che giocavano a fare i soldatini in un campo militare in Sardegna! Quei neanche tanto giovanotti che volevano difendere il sacro suolo italico dal “baffone” e dall’Armata Rossa! Certo! Sai già tutto su Gladio, vero?

Personalmente non credo. Anzi, credo invece proprio il contrario: nessuno di noi sa nulla su Gladio. Chi sapeva qualcosa e aveva voglia di parlarne o di ficcanasare qua e là è oggi sottoterra: per morte naturale o perchè qualcuno ce l’ha mandato. Gli altri? Silenzio assoluto. 

Parlare di Gladio oggi avrebbe senso solo se davvero ci fosse la volontà politica di far capire alla gente comune cosa volevano realmente fare coloro i quali a torto ci si ostina a reputare “bambini cresciuti che giocavano alla guerra”. Ma così, con pochi elementi in mano, no. E allora perchè ne sto parlando? Perchè tra i tanti nomi che leggerete – tutti arcinoti, eh! – ce ne sono almeno due che alla quasi totalità degli italiani non dicono nulla. Assolutamente nulla. Sono i nomi di due Poliziotti. Due uomini dello Stato che appartenevano a realtà geografiche e lavorative diverse tra loro, così come pure erano diverse le qualifiche, le mansioni e addirittura il contesto storico in cui li troviamo ad operare. Tra loro nessuna attinenza apparente, se non un sottile filo che fa da comune denominatore. Ancora lui. Ancora Gladio.

La struttura si dotò anche di un proprio stemma

Ti ho annoiato? Allora è meglio che ti fermi qui: questa lettura non fa per te. 

Ma se invece ti è venuta la curiosità di saperne di più, mettiti comodo e armati di pazienza nel leggere queste righe scritte senza alcuna pretesa di fare chiarezza. Solo quella di ricordare due Colleghi che non ci sono più.

Partiamo da lontano. Almeno dall’immediato dopoguerra. La fine del secondo conflitto mondiale ci consegna un mondo politico spaccato in due metà tra loro assolutamente inconciliabili sia per impostazione sociale che per visione dello Stato; due metà talmente tanto antitetiche che i motori dei carri armati non si erano ancora raffreddati e già si stava parlando di una terza guerra mondiale a base stavolta di missili nucleari. America da una parte; Russia dall’altra. Ognuna delle due superpotenze attorniate dai loro Stati-satellite, dalla massima attività di spionaggio e controspionaggio e caratterizzate da una neanche tanto celata voglia di primato mondiale. Liberalismo contro comunismo, entrambi ai loro estremi interpretativi. In mezzo noi, l’Italia. Anche geograficamente, una cerniera tra due mondi e un trampolino di lancio che fa gola a tutti: siamo a una spanna dalla Jugoslavia di Tito; siamo a una spanna dalla democraticissima Francia; abbiamo una posizione tra le più invidiabili per il controllo del Mediterraneo e abbiamo addosso l’usta più invitante per tutti i cani da caccia: quella dei perdenti. Perdenti a livello bellico, con un esercito annientato; perdenti sotto il profilo politico, appena usciti da una dittatura, con un re frettolosamente cacciato in esilio e privi di un governo stabile; perdenti in ambito sociale ed economico, con intere città e paesi da ricostruire e con la gente senza un lavoro. Terra di conquista? Può darsi.

Nessuno ha mai nascosto che l’arrivo degli Alleati con il compito di liberarci dall’esercito nazista è stato accompagnato – e sicuramente preceduto – da un’intensissima attività di intelligence. Molti storici sono concordi nell’affermare che prima degli Americani in Sicilia sbarcarono gli agenti segreti: alcuni di questi storici (con la cui posizione personalmente concordo) si spingono oltre e fissano a una data molto anteriore rispetto alla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) l’inizio di quella che ci è stata consegnata con l’acronimo di “strategia della tensione”.

Quella data è il 1° maggio 1947. La località è Portella della Ginestra, un susseguirsi di colli, prati e pietraie della campagna siciliana vicino a Palermo. Quel giorno si tiene il ripristino della festa dei Lavoratori che Mussolini aveva spostato al 21 aprile, in coincidenza con la nascita della Roma antica. L’occasione vede l’adunata di circa 2000 persone tra uomini, donne e bambini: si fa festa, certo, ma si discute animatamente anche sul futuro dei giovani; viene contestato in modo particolare il sistema latifondistico di gestione delle terre, tutti forti della vittoria del Blocco del Popolo alle recenti elezioni regionali. Le poche fotografie scattate quel giorno ci tramandano un tripudio di bandiere rosse, di falci e martelli, di pugni alzati. Non so quale dev’essere stato il clima che si respirava, me lo immagino una sorta di gigantesca sagra paesana…. Poi, improvvisamente, dalle colline che circondano il luogo partono raffiche di mitra, addirittura un paio di bombe a mano: sul terreno restano 11 morti e 27 feriti. Perchè? Il responsabile della strage, il bandito Salvatore Giuliano, mirava alla fortificazione del movimento separatista siciliano, tutto il contrario di ciò che volevano quei quattro comunisti lì a Portella della Ginestra; inoltre – si disse – la festa non era stata approvata dai “mammasantissima” locali e questo per loro era uno dei peggiori affronti. 

Non lo dico io: è messo nero su bianco nel primo rapporto inviato dai Carabinieri all’autorità giudiziaria. 

E il caso fu praticamente chiuso: ennesimo mandato di cattura per Giuliano e i suoi sgherri, strali politici da Roma e militarizzazione dell’isola con l’invio di contingenti di Polizia e Carabinieri con il compito esclusivo di repressione del banditismo. Fu davvero tutto qui? Nessuno fece caso più di tanto alle perizie balistiche: perizie fatte “alla viva il parroco!”, si intenda, ma che tuttavia al loro interno offrivano uno spunto di indagine che portava da tutte le parti tranne che verso i separatisti. I banditi avevano sparato con mitra calibro 45ACP, un calibro particolare che solo un esercito aveva usato in Italia; le bombe utilizzate erano bombe “ananas” di fabbricazione americana. Sì, lo so, d’accordo: a livello di armamento dopo la guerra sul terreno era rimasto davvero di tutto; quindi viene facile da pensare ad un approvvigionamento presso qualche arsenale americano. Tuttavia mai un dubbio, mai una domanda in più…. furono sparati CENTINAIA di proiettili, e TUTTI rigorosamente in 45ACP; vale a dire che anche TUTTE le armi usate dovevano essere “a stelle e strisce”…. Thompson, magari? E che ci fa un manipolo di banditi armato come un esercito, quando di solito certi conti venivano fatti con pistole e lupare? La stessa imboscata puzza di preparazione militare lontana un chilometro: nessuno li ha visti arrivare, nessuno li ha visti andare via. Un lavoro rapido, preciso e – passatemi il termine – “pulito”. Quando anni dopo i delfini di Giuliano furono catturati, nella fretta di addossare tutto al ricercato per eccellenza sgravandosi così coscienza e pena detentiva, descrissero nei minimi particolari ogni omicidio, ogni sparatoria. Tutto, tranne Portella della Ginestra: qui i verbali sono pieni di “non ricordo”, “non c’ero”, “è passato troppo tempo”…. E anche dopo il rinvenimento del cadavere di Giuliano, quando avrebbero potuto fare luce senza timore sui fatti, niente: silenzio e morte. Cosa che toccò a Gaspare Pisciotta proprio quando aveva deciso di vuotare il sacco. Il coinvolgimento dei servizi segreti americani non fu mai confermato, ma nemmeno smentito: i funzionari che provarono a fare qualche domanda di troppo furono subito trasferiti o destinati ad altri incarichi. Lo stesso ministro dell’Interno Scelba fu udito pronunciare in modo stizzito una frase che la dice lunga:

Ogni volta che pestiamo i piedi agli Americani, questo ammazza tre dei nostri!!”

 

Alla strage di Portella della Ginestra lo Stato reagì inviando sull’isola centinaia di agenti e costituendo reparti specializzati nella repressione del banditismo

 

Tuttavia il Paese in quegli anni aveva altro cui pensare. E i fatti di Portella della Ginestra passarono ben presto in quella sorta di limbo a metà tra la memoria e il dimenticatoio che caratterizza tutte le nostre vicissitudini storiche. Sullo sfondo di tutte le tensioni sociali della fine degli Anni Quaranta e di tutti gli Anni Cinquanta troviamo sempre lei: la lotta tra comunismo e anticomunismo. Tutto era ridotto sempre e comunque a quello: come ti vestivi, chi frequentavi, cosa leggevi…. E tutto era sempre e solo di due colori: rosso o nero. L’Italia era percorsa in lungo e in largo da agenti del controspionaggio americano che inseguivano o venivano inseguiti da altri colleghi dell’opposto schieramento. Una gigantesca caccia alle spie che collocò la Nazione sotto il controllo degli 007 statunitensi grazie a proficui e malcelati contatti con gli esponenti della maggioranza politica di allora: servono i nomi? Dai, che ci arrivi da solo! Improvvisamente le casse di alcuni partiti fedeli all’anticomunismo furono inondati da milioni di dollari americani; stessa cosa fece Togliatti, non crediate! Solo che i suoi rubli arrivarono leggermente in ritardo e quindi si trovò il mercato già occupato. Fu solo una questione di tempismo, tutto qui.

Sardegna, Capo Marrargiu. Siamo sulla costa nord-occidentale dell’isola, tra Alghero e Bosa. Da questo promontorio, spostandosi verso l’interno, si raggiunge una zona che molto presto verrà decretata “off limits” per tutti. Un’area molto vasta che Francesco Cossiga, in un’intervista rilasciata nel 2005, confermò essere stata acquistata pezzo per pezzo con dollari americani e intestata a mogli e parenti di alti Ufficiali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica Militare Italiana. Qui venne creata la prima struttura di addestramento per un’organizzazione segreta che è sopravvissuta per cinquant’anni: Gladio. Come un segreto in Italia si sia potuto mantenere per così tanto tempo è già a sua volta un mistero. Tuttavia la struttura denominata Gladio (e di chiara impronta militare) annoverò tra le sue fila almeno 620 elementi scelti per la loro posizione politica, il loro ruolo militare e la loro influenza nei vari ambiti sociali e con il compito specifico di instaurare azioni di guerriglia e di sabotaggio in caso di invasione sovietica dell’Italia. Al giorno d’oggi tutto ciò sembra una barzelletta. Ma se si pensa che fino al 1954, con il consolidamento del confine orientale, la Venezia Giulia aveva corso il serio pericolo di annessione alla Jugoslavia e che a guerra finita il Triestino e il Goriziano furono letteralmente invasi dal Korpus dell’esercito di Tito che spadroneggiò per 40 giorni facendo sparire decine di migliaia di persone, tutto questo la dovrebbe dire lunga su quanto reale era sentito il timore di invasione o di semplice annessione alla sfera sovietica.

Cosa succedeva dentro la base di Capo Marrargiu nessuno lo sa. Se la vogliamo buttare sul faceto, vedo tanti wargames e simulazioni con questi ragazzi a corrersi dietro e a farsi imboscate salvo poi finire tutti davanti a una bella grigliata. Ma quando al faceto ci aggiungi armi vere (e tante), esplosivo sintetico, armamenti pesanti, mine antiuomo, lanciarazzi, il tutto disseminato in mezza Italia nei cosiddetti “Nasco”, beh, perdonatemi ma si passa sicuramente al serio.

Gladio sopravvive a tutte le vicissitudini del Paese. Anzi, fa dormire sonni tranquilli a molti, compreso a quei ragazzi chiusi nei silos nucleari delle basi statunitensi in Italia e col dito sul bottone, pronti a scatenare l’inferno. Non sopravvive (o quantomeno inizia ad ammalarsi seriamente) a una parola che si impone a partire dai primi anni Sessanta: DISTENSIONE. John F. Kennedy da un lato e Nikita Kruscev capirono dai due versanti opposti che l’unica via di sopravvivenza per il mondo intero era quella di sotterrare l’ascia di guerra tra i due poli: lentamente le due superpotenze iniziarono ad avvicinarsi su un terreno di buoni rapporti e di moderazione.

Tutto bene, fine della storia, direte voi. Neanche per sogno. Ma come? Era stato messo in piedi un apparato sotterraneo paramilitare in grado di funzionare come un orologio, il comunismo aveva secondo alcuni i giorni contati, gli stessi apparati di intelligence di mezzo mondo campavano grazie all’anticomunismo e questi che fanno? Si gemellano? Si distendono? Impossibile! La storia dette improvvisamente ragione a tali detrattori quando Kennedy nel 1963 fu assassinato a Dallas: ecco, avete visto? I comunisti non li vuole nessuno! Questo fu il messaggio lanciato nel mondo. E fu probabilmente la nuova boccata di ossigeno che in Italia fece sopravvivere Gladio e la sua struttura.

Quello che non era successo in vent’anni capita tutto in pochissimo tempo.

Milano, 12 dicembre 1969. Una bomba collocata all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana provoca 17 morti e 88 feriti. Quella bomba fu solo una delle tante che quel giorno colpirono l’Italia: un’altra era esplosa nei pressi della Borsa senza tuttavia fare vittime e una terza era stata disinnescata nella metropolitana romana. L’Italia capisce di essere sotto assedio. Ma di chi? 

A sinistra: l’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura dopo l’esplosione della bomba. A destra: la sede della banca, oggi

Pietro Valpreda durante un interrogatorio per la strage di Piazza Fontana

 

Non passa neanche un anno: il 22 luglio 1970 mani ignote fanno brillare una carica di esplosivo sotto i binari appena fuori la stazione di Gioia Tauro, al capo opposto della Penisola, creando un cratere. Il direttissimo Palermo – Torino (chiamato il “diretto del Sole”) vi piomba dentro come un missile, deragliando. Sei persone muoiono e altre 66 restano ferite. Ancora una volta la pista eversiva viene accantonata a privilegio di quella più immediata legata ai moti insurrezionali di Reggio Calabria che stavano mettendo a ferro e fuoco la città spodestata del ruolo di capoluogo di regione. Anche qui un indizio, forse sottovalutato: fu usato esplosivo sintetico anziché la più comune polvere da cava che in quegli anni andava per la maggiore.

Gli attentati dinamitardi non colpiscono solo i civili. Peteano di Sagrado (GO), 31 maggio 1972: sulla linea telefonica registrata della caserma dei Carabinieri arriva una segnalazione anonima il cui audio è tuttora disponibile. Una voce maschile, giovane, con chiaro accento friulano segnala che nella strada che esce dal paese in direzione Savogna è stata abbandonata una Fiat 500 con due fori di proiettile sul parabrezza. Poi la comunicazione si interrompe. Sul posto vengono inviati 4 Carabinieri, il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni di 33 e 23 anni. Con loro il comandante, tenente Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro. La macchina viene individuata subito, i militari cominciano a controllarla, ma quando uno di loro riesce ad aprire il cofano la vettura salta in aria uccidendo Ferraro, Poveromo e Dongiovanni mentre gli altri militari restano feriti. Una trappola bella e buona, insomma. Le indagini imboccarono la pista di estremisti di sinistra trentini afferenti all’organizzazione “Lotta Continua” ma gli elementi raccolti portarono gli investigatori sul versante opposto, ad un movimento di estrema destra chiamato “Ordine Nero”. E qui ancora un mistero: si dice di un ordine del SID indirizzato al generale De Lorenzo (coordinatore delle indagini) nel quale i servizi intimavano l’abbandono della pista neofascista. Il suo collaboratore, colonnello Mingarelli, si concentra sulla figura di sei estremisti di sinistra e, dopo avere concluso le sue indagini, li fa arrestare. Al processo i sei verranno assolti e il colonnello a sua volta indagato per falso ideologico e soppressione di prove. Tali accuse porteranno alla sua condanna definitiva solo nel 1992. Le indagini tuttavia non si fermarono e individuarono nei neofascisti Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini gli autori materiali della strage; in particolare Cicuttini, esponente del MSI friulano, fu riconosciuto come l’autore della telefonata anonima fatta ai Carabinieri. Si riuscì a dimostrare anche il pagamento di una grossa somma di denaro da parte del MSI affinchè l’uomo si sottoponesse a un intervento chirurgico alle corde vocali per cambiare la voce. Entrambi dopo rocambolesche fughe ed espatri saranno arrestati e condannati all’ergastolo. Ma anche in questo caso le indagini non andarono al di là dell’individuazione degli autori materiali della strage: i mandanti restano tuttora sconosciuti.

Peteano: i resti della Fiat 500 dopo l’esplosione

Le vittime della strage di Peteano. Da sinistra: carabiniere Franco Dongiovanni, brigadiere Antonio Ferraro, carabiniere scelto Donato Poveromo

 

Ancora. Il 17 maggio 1973 a Milano un anarchico lancia una bomba sulla folla che sta uscendo dalla questura dopo avere assistito alla commemorazione del Commissario di P.S. Luigi Calabresi nel primo anniversario dell’assassinio. Muoiono 4 persone, tra cui l’appuntato di P.S. Federico Masarin; altre 46 vengono ferite. Anche in questo caso le indagini si concentrano sulla figura dell’autore, Gianfranco Bertoli: l’uomo, autoproclamatosi anarchico, dice di aver voluto uccidere il ministro dell’Interno Rumor, vero obiettivo dell’attentato. Ma il ministro era già ben lontano e al sicuro quando Bertoli lanciò quella bomba a mano. C’è però un giudice istruttore, Antonio Lombardi: è uno che il suo lavoro lo sa fare piuttosto bene. Fiuta una pista molto promettente legando la figura di Bertoli non all’anarchia bensì all’estrema destra. Il suo teorema vede una destra violenta armare la mano di un uomo plagiato (o pagato) per seminare l’odio e il sospetto verso una sinistra bombarola e sovversiva. A ciò sarebbero quindi dovuti seguire fondi a sicurezza e giustizia, leggi speciali, carcere duro, messa al bando dei partiti di estrema sinistra. E naturalmente la sopravvivenza di Gladio. Lombardi viene ascoltato, almeno in primo grado. Ma la cosa muore lì: in appello si torna a privilegiare la figura dell’anarchico isolato ed esaltato. E l’indagine si arresta.

Milano, via Fatebenefratelli: alcune immagini dell’attentato alla questura

 

Poco più di un anno dopo tocca a Brescia: il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia una bomba collocata dentro un cestino dei rifiuti esplode durante un comizio indetto per condannare proprio quelle stragi insensate che stavano sconquassando l’Italia. Morirono 8 persone e altre 102 ne uscirono ferite: quel giorno pioveva e la gente aveva trovato riparo sotto i portici che circondano la piazza, accalcandosi pur di sentire meglio e di partecipare a quell’evento. Anche per questo il numero di vittime fu così elevato. Dell’episodio esiste un filmato in 8 mm e un audio che definire impressionante è poco: vallo a vedere…. Il percorso processuale di questa vicenda è stato eletto a icona della devianza e dell’immobilismo: tre gradi di istruttoria che si sono trascinati per più di 30 anni, individuando in elementi di spicco dell’estrema destra i mandanti e gli esecutori materiali della strage. Dopo alterne vicende saranno tutti assolti. Da subito i più attenti osservatori della cronaca e della politica indicarono un’infiltrazione dei servizi segreti italiani nella vicenda; troppe furono infatti le stranezze: subito dopo la strage, a distanza di neanche due ore, fu dato l’ordine ai vigili del fuoco affinchè ripulissero con gli idranti tutta la scena del crimine, compromettendo irrimediabilmente l’acquisizione di prove che avrebbero potuto portare le indagini in altre direzioni; successivamente dall’ospedale di Brescia sparirono tutti i reperti recuperati dai corpi dei morti e dei feriti; e infine una fotografia che ritrae sul luogo della strage proprio quel Maurizio Tramonte, militante di “Ordine Nuovo” ma anche accreditato presso il SID come collaboratore. Un ulteriore elemento che avrebbe dovuto far riflettere fu un’intercettazione telefonica riportata in un documento del SISMI e nella quale una segretaria di un’associazione filo-comunista disse di avere sentito parlare della strage già dalla sera precedente. Una tale serie di “coincidenze” fece sbottare il giudice istruttore Zorzi con una frase che evidenziò la “riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.

Ecco la foto che ha fatto discutere e che testimonia la presenza sul luogo dell’attentato di un appartenente al SID

 

L’Italia non si era ancora ripresa da questo shock che la notte del 4 agosto 1974 una bomba collocata in uno scompartimento del treno “Italicus” Roma – Monaco esplose mentre il convoglio stava transitando lungo l’appennino tosco-emiliano a San Benedetto Val di Sambro. Fu una carneficina che contò 85 morti e 105 feriti in un treno super affollato dai vacanzieri. A lamiere ancora infuocate ecco già pronta la spiegazione: gli attentatori avevano come obiettivo l’onorevole Aldo Moro che doveva viaggiare a bordo di quel treno ma che era stato trattenuto all’ultimo momento nella capitale per ragioni politiche. Peccato che fosse impossibile per gli attentatori sapere quale carrozza avrebbe occupato lo statista. Le indagini imboccarono la pista eversiva di estrema destra accusando della strage elementi di “Ordine Nero” che – guarda caso – fece recapitare con assoluto tempismo un volantino in cui con la strage dell’Italicus si voleva vendicare il militante Giancarlo Esposti, morto il 30 maggio 1972 a Pian del Rascino (TE) nel corso di un conflitto a fuoco con i Carabinieri che dovevano catturarlo in quanto sospettato di essere uno degli esecutori materiali della strage di piazza della Loggia. Anche per questa strage, nessun colpevole.

San Benedetto Val di Sambro: i resti del treno “Italicus”

 

Gli attentati alle ferrovie rendono bene, soprattutto in termini di risonanza mediatica. E così, dopo un periodo di apparente calma, la mattina del 2 agosto 1980 l’Italia ripiomba nel terrore: a Bologna una bomba collocata nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione provoca 85 morti e più di 200 feriti, con la stazione stessa sventrata che diventerà il simbolo di quella stagione destinata a non finire mai. Di nuovo accuse ai neofascisti, ma adesso gli italiani non ci credono più: si grida subito al coinvolgimento dei servizi segreti quando l’esplosivo viene identificato di provenienza militare; il suo stesso assemblaggio e innesco fanno pensare per la loro precisione all’impiego di persone specializzate, ben lontane da quei quattro cretini che al massimo erano in grado di confezionare una molotov… Sulla strage di Bologna non aggiungo altro: fu forse la prima strage in cui la parola d’ordine a livello investigativo fu “chiarezza”. Infiltrazioni e depistaggi ve ne furono molti, tanto che vertici militari dei servizi furono per questo indagati. Si arrivò alla prima condanna definitiva all’ergastolo per i neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini (30 anni) e Massimo Carminati (9 anni). I mandanti tuttavia non furono mai individuati.

Tre immagini eloquenti dell’attentato alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980

 

E chiudiamo questa galleria degli orrori con la strage del rapido 904 avvenuta il 23 dicembre 1984 secondo un copione che ricalcò perfettamente quello dell’Italicus: una bomba collocata in uno scompartimento, un treno super affollato di vacanzieri…insomma, squadra che vince non si cambia! Solo che stavolta la bomba esplode all’interno di una galleria amplificando il suo potere distruttivo e facendo contare alla fine 17 morti e 260 feriti. Al numero delle vittime aggiungiamoci pure la figura del vice ispettore della Polizia di Stato Filippo Alberghina: dopo due giorni passati a cavare morti dalla carcassa del treno, scrostandone i resti dalle lamiere, choccato da una tale esperienza si suicidò con un colpo di pistola d’ordinanza non appena rientrato nel suo alloggio. Questa volta fu utilizzata una bomba radiocomandata e la scelta della galleria non fu per niente casuale. Il treno si bloccò proprio nel mezzo, a 8 chilometri dalla sua uscita: i soccorsi pur tra mille difficoltà riuscirono a trainare con una locomotiva diesel il convoglio fuori dal tunnel e la strage apparve in tutta la sua drammaticità: il telegiornale aprì l’edizione straordinaria gettando per la prima volta in diretta nelle case degli italiani tutto quell’orrore, con un Bruno Vespa allucinato che non aveva parole per commentare le immagini. Stavolta le indagini imboccarono la pista di connivenze tra mafia e camorra al fine di distogliere le autorità dal pressing che stavano operando sulle cosche di Campania e Sicilia. Furono arrestati i pregiudicati Pippo Calò e Guido Cercola, entrambi condannati all’ergastolo dopo alterne vicende giudiziarie che passarono anche per l’annullamento di una delle sentenze di condanna dal giudice Carnevale. La pista politica venne imboccata ma abbandonata con altrettanta rapidità: la posizione dell’unico indagato, Massimo Abbatangelo, militante del MSI, fu stralciata. 

Rapido 904: il vagone che conteneva la bomba

Ne hai abbastanza, amico lettore? Se gli italiani di allora avevano fatto ormai l’abitudine a bombe ed esplosioni, oggi contare 163 morti (dei quali 149 in appena 17 anni) e più di 890 feriti si può ben definire il bilancio di un bollettino di guerra. Una cronologia del terrore resa ancora più tetra da quella coltre di nebbia che avvolge tuttora ciascuno degli eventi sopra descritti.

La “strategia della tensione” fu ben spiegata da alcuni storici e ripresa in un film indipendente dal titolo “Il divo”, in cui si traccia la storia dell’evoluzione politica del senatore più chiacchierato d’Italia: Giulio Andreotti. Si disse che la democrazia, per poter acquisire stabilità, doveva necessariamente passare attraverso una fase di destabilizzazione operata con qualunque mezzo; uno schiaffo morale in faccia ai familiari delle vittime quando si arrivò a definire queste ultime “utili idioti sacrificati sull’altare della democrazia”. Gettare fango in faccia agli estremisti era sempre stato un gioco da ragazzi, a prescindere dal colore politico della loro fede: un sapiente gioco del bastone e della carota, condito da valigette di denaro che di mano in mano finivano nelle casse di logge massoniche e di altri esponenti, ma anche di quella struttura che abbiamo provvisoriamente lasciato in stand by: Gladio. La sua sopravvivenza doveva essere garantita a tutti i costi, anche con morti e feriti. E in questa comparsata non può mancare anche un tentativo di colpo di stato che avvenne in Italia la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, condotto da una figura tra le più discusse: quella di Junio Valerio Borghese: appartenenti alla Guardia Forestale e ad altre strutture paramilitari fecero irruzione addirittura all’interno del Viminale, disarmandone le guardie e occupandone gli uffici; contemporaneamente fu dato il via all’occupazione delle sedi RAI e dei principali centri di comunicazione con l’intenzione di paralizzarne l’attività; altre squadre di appartenenti alle Forze dell’Ordine avrebbero dovuto trarre in arresto tutti gli esponenti politici maggiormente rappresentativi, spazzando via ogni partito dalla Democrazia Cristiana fino all’estrema sinistra. Il ripristino di una dittatura militare di stampo fascista, insomma. Poi improvvisamente arriva lo stop proprio da Borghese che richiama i suoi uomini: finisce così quello che la storia ci consegna come un colpo di Stato “da operetta”. Le inchieste che lo riguardarono evidenziarono rapporti tra i servizi di intelligence italiani e statunitensi, ma non si andò oltre. Solo ipotesi, la più accreditata delle quali voleva l’instaurazione di un governo di estrema destra italiano che doveva arginare l’avanzata politica del comunismo in Europa: una “testa di ponte” di pura reazione la cui incertezza circa i risultati fece fare dietrofront proprio agli americani che ne ordinarono il blocco. Anche in questo frangente – forse l’unico realmente operativo per la struttura – Gladio fu utilizzata con tutte le sue risorse.

E veniamo a noi.

A quei due Poliziotti cui vi accennavo all’inizio.

Il primo è un brigadiere di Pubblica Sicurezza: si chiama Nicola Pezzuto, è di origini meridionali ma da anni il suo lavoro lo ha portato a Trieste. Svolge mansioni di istruttore di tecniche operative per gli allievi della locale Scuola Allievi Guardie di San Giovanni. E’ però anche un Poliziotto serio e operativo, il quale non smette di lavorare nemmeno quando è in ferie. Sa che Trieste è una città particolare da sempre; dopo la strage di Peteano, poi, l’aria si è fatta ancora più pesante. Non sappiamo nulla di questo sottufficiale, le sue poche referenze le troviamo nella rivista “Nuova Polizia” in un servizio a firma di Franco Fedeli. Con ogni probabilità Pezzuto disponeva di una rete di informatori, uno dei quali un bel giorno gli dà l’imbeccata giusta: in una grotta di Aurisina, sull’altopiano carsico, c’è tanto di quell’esplosivo da far saltare in aria mezzo Friuli. Pezzuto è anche molto amico del maresciallo comandante la stazione Carabinieri del posto: entrambi comprendono la delicatezza della situazione e con tre Carabinieri fatti a pezzi proprio con l’esplosivo non c’è da scherzare. Oltre a lui, Pezzuto informa della situazione anche un allievo della scuola, non si sa perchè: forse per lasciare una traccia se dovesse mai succedergli qualcosa, forse per semplice amicizia. Tiene tuttavia all’oscuro i vertici del Corpo delle Guardie di P.S. da cui dipende. I tre militari un bel giorno decidono di mettere il becco in quella grotta e trovano sette bidoni sigillati: sono bidoni cilindrici da 120 litri ciascuno, di quelli utilizzati per il trasporto di materiale infiammabile; al loro interno i ragazzi trovano di tutto: fucili mitragliatori, pistole, esplosivo sintetico Semtex (tanto esplosivo…), mine antiuomo, cartucce, bombe a mano, lanciagranate, rotoli di filo spinato….. Decidono di recuperare il materiale e lo trasportano alla caserma dei Carabinieri di Aurisina nel più assoluto riserbo, tanto che non viene redatto alcun verbale: perchè? Pezzuto sa di essere in una posizione pericolosa? Vogliono attendere ulteriori spunti di indagine, magari con appostamenti nei pressi della grotta? Nessuno lo sa. E nessuno lo può più dire. L’unica cosa certa è che Pezzuto fa un elenco del materiale nel suo notes e scatta alcune foto dei bidoni con la reflex. 

Poi, dopo qualche giorno, il sottufficiale misteriosamente scompare. 

Le ricerche vengono diramate e l’uomo viene ritrovato dopo circa 20 giorni in circostanze mai ufficialmente chiarite: senza frapporre indugi viene fatto internare in una clinica psichiatrica di Trieste in assoluto isolamento e con l’ordine tassativo che non parli con anima viva. L’unico fugace contatto che Pezzuto ha mentre lo caricano in ambulanza è proprio con quell’allievo-guardia diventato suo amico: riesce solo a dirgli: “Non ti preoccupare, va tutto bene”. A distanza di qualche mese l’uomo viene dimesso con una pensione di invalidità e congedato dal Corpo; poi, nel 1975, il suo misterioso suicidio. Non viene aperta nessuna inchiesta, ma soprattutto non venne mai rinvenuto il materiale fotografico e la lista di quei sette bidoni, che nel frattempo erano diventati “misteriosamente” quattro. L’attività di indagine di Pezzuto dette comunque i suoi frutti: a distanza di anni saltò fuori che la pista imboccata dal sottufficiale era giusta, trattandosi di uno dei tanti “Nasco” di Gladio che obbligò il SISMI a farne smantellare altri 132 (tutti nella zona di confine) perchè ritenuti ormai non più affidabili.

L’altro Poliziotto è un funzionario della questura di Bologna. Si tratta del commissario capo Graziano Gori, dirigente dell’Ufficio Politico. Uomo dalle ampie vedute democratiche, nella gestione della delicata situazione dell’ordine pubblico bolognese aveva sempre privilegiato il dialogo alle cariche. Era stato assegnato alla questura di Bologna come vice commissario nel luglio 1969 proveniente dalla Scuola per Funzionari di Roma; nel 1970 venne nominato Commissario e dal 1971 fu assegnato all’Ufficio Politico della questura romagnola divenendone dirigente il 18 febbraio 1976 dopo essere stato nominato Commissario Capo nell’agosto 1973. Le tante attività di antiterrorismo portarono il dottor Gori a indagare anche per proprio conto sugli ambienti estremisti di destra a livello internazionale: ramificazioni dell’organizzazione denominata “Settembre Nero” furono rintracciate e smantellate proprio a Bologna grazie alla sua attività; ma soprattutto il funzionario nel 1975 fa irruzione con i suoi uomini in una camera d’albergo del capoluogo e mette le manette a un individuo straniero, tale Ronald Stark. Sembra un arresto come un altro, ma subito l’affare si complica maledettamente: l’uomo, ufficialmente un chimico, esibisce prima un passaporto inglese, poi americano, infine libico. Le acque si confondono: chi è in realtà Stark? Le alte sfere della questura vengono tempestate di telefonate: sembra che l’uomo sia in realtà un agente segreto dei servizi statunitensi incaricato di prendere contatti con Renato Curcio e la sua “colonna” eversiva. Per fare ciò si doveva spacciare per palestinese e quindi si trattava di un’operazione di infiltrazione sotto copertura. E Gori avrebbe rotto le uova nel paniere proprio agli americani. Tuttavia dell’appartenenza ufficiale di Stark a organizzazioni di controspionaggio di qualsivoglia nazione non fu mai data conferma. E allora che ci faceva a Bologna con tre passaporti diversi? Il dottor Gori capisce di essere entrato in un gioco più grande di lui, forse le informazioni che lo avevano portato ad arrestare quel chimico riguardavano proprio le indagini sugli ultimi attentati di Brescia e dell’Italicus. Un gioco pericoloso, insomma. Forse mortale.

Il dottor Graziano Gori

 

La mattina del 3 luglio 1978 il dottor Gori sta percorrendo la statale che da Bologna attraverso il Ferrarese porta al Lido degli Estensi: il funzionario è fuori servizio e sta raggiungendo la propria famiglia al mare. In località Masi Torello, in un tratto di strada rettilineo che si snoda in mezzo ai campi, improvvisamente l’Alfetta del commissario sbanda e va a scontrarsi frontalmente contro una Kadet che proviene dal senso opposto: a bordo vi sono marito, moglie e una terza persona. E’ una strage che non lascia superstiti. Né testimoni. Ufficialmente l’incidente venne attribuito ad un malore che colpì il dottor Gori, ma in realtà le cause non furono mai chiarite. Un altro mistero che non sarà più dipanato. Fatto accidentale? Può darsi. Ma in una storia come questa, dove sembra che nulla sia accidentale, una morte del genere dopo avere pestato certi piedi suona quantomeno sospetta.

Fine della storia. Gladio venne apertamente rivelata da Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990 quando ormai non serviva più. Fu descritta come un’organizzazione che aderiva ad una più ampia rete di protezione nazionale denominata “Stay-behind”. Vennero resi pubblici i nomi di 622 “gladiatori”, ma il sospetto che il suo numero fosse nettamente superiore rimane. Lo stesso SIFAR ammise la conoscenza della sua esistenza ma non andò mai al di là di essa e contribuendo così indirettamente ad accumulare mistero a mistero. 

Sullo sfondo di Gladio tra le tante figure rimangono proprio quelle del brigadiere Pezzuto e del commissario capo Gori: due sconosciuti in un mare di volti noti.

E allora perchè nel chiudere questo articolo ho ancora in testa quella frase di scelbiana memoria?

Ogni volta che pestiamo i piedi agli Americani, questo ammazza tre dei nostri!!”

Una frase di più di sessant’anni fa.

Attualissima.

 

Per la redazione Cadutipolizia: Gianmarco Calore

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