Dov’era Dio?

DOV’ERA DIO?
di Gianmarco Calore

 


“Non v’è al mondo alcun animale

che non provi un qualche senso di pietà”

“Ma io non ne provo alcuno

sicchè non sono un animale”

– W. Shakespeare – Riccardo III –

Ci sono storie che non vorresti mai leggere perche ti fanno dubitare della bontà innata dell’essere umano. Ma sono storie che vanno raccontate, innanzitutto per non dimenticare; secondariamente per non commettere mai più gli stessi abomini.

Da quando ho preso in mano la storia della Polizia italiana nel periodo bellico e post bellico, di storie come quella che vi sto per raccontare ne ho trovate parecchie: addirittura imbattendomi in alcune di esse per puro caso mentre mi stavo consumando la vista sopra   pagine ingiallite di vecchi giornali talmente tanto consunte da non essere praticamente più leggibili. Cerchi tutt’altro e l’occhio ti cade su una parola: “agente di p.s.”, riportata in un fondo di cronaca magari appena sotto la pubblicità di una pasta dentifricia o di un lucido da scarpe. Leggi l’articolo, cerchi di darti una spiegazione man mano che la storia procede. Ma spiegazioni non ne trovi; semmai inizi a farti delle domande, alcune delle quali davvero pesanti. Ne vuoi una? Eccoti accontentato:

“Dov’era Dio?”

E qui non c’entra nulla la religione o la tua personalissima posizione con l’Onnipotente. C’entra piuttosto il disgusto e la rabbia per comportamenti che di umano non hanno nulla, nemmeno quando erano legati agli aspetti più truci della guerra, durante la quale tutto era ammesso pur di salvarti la vita.

La storia che sto per raccontare è sicuramente “pesante” sia sotto l’aspetto umano sia sotto quello politico. Va a toccare una certa parte del partigianato italiano da tutti osannata, sempre celebrata nella sua essenza proba e libertaria, ma troppo spesso coperta nelle sue manifestazioni di cieca violenza prive di controllo: manifestazioni che quanto ad efferatezza non ebbero nulla da invidiare alla follia esaltatrice nazista o all’ideologia estremizzata di qualsiasi dittatura.

Ora, lettore, sta a te e alla tua onestà intellettuale: ciò che leggerai di seguito potrà suscitarti sdegno, incredulità, rabbia, rassegnazione, perfino indifferenza forse… Ma è la verità. E alla verità storica nessuno può sfuggire: ci si può solo accostare con quanta più obiettività possibile, cosa spesso non facile perchè alla fine della storia sul tappeto rimane un’unica domanda, sempre la stessa: ma Dio dov’era?

Hai deciso di continuare a leggere? Bene, prenditela con calma.

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E’ una splendida giornata di sole, quella del 24 aprile 1945 nelle campagne modenesi. L’inverno appena trascorso sembra un lontano ricordo, la natura sta tornando ad esplodere in un caleidoscopio continuo di colori e profumi. Questa primavera, poi, è ancora più bella: la guerra sta finendo, ormai è solo questione di ore. Il tuo orecchio è perennemente incollato alla radio da cui l’Urar trasmette con cadenza continua e costante il radiogiornale con gli ultimi aggiornamenti sull’incalzare pressante degli avvenimenti nazionali: l’esercito tedesco in fuga, Mussolini forse catturato, il Comitato di Liberazione Nazionale nuova indiscussa autorità, l’avanzata degli Alleati. Sì, è vero: ci sono ancora i bombardamenti di questi sulle città del nord Italia, ultimo scotto da pagare per riacquistare la definitiva libertà; giungono notizie degli eccidi nazisti compiuti da gente che ha perso l’onore militare che dovrebbe contraddistinguere ogni esercito ancorchè sconfitto. Nelle città vengono abbattuti a colpi di maglio tutti i simboli del defunto Fascismo: aquile, littori, profili del Duce, tutto ciò che ricorda un recente passato che improvvisamente tutti rinnegano scompaiono da strade e piazze italiane, dai palazzi del potere, dalle case degli Italiani. Ora questi ultimi sono diventati tutti partigiani: chi ha appena dismesso la camicia nera, chi ha frettolosamente gettato nel caminetto il manganello, perfino chi fino a ieri aveva camminato per le strade intonando “Faccetta nera” e facendo il saluto romano… beh, da oggi sfoggiano tutti un bel fazzolettone rosso legato al collo, mescolando la loro misera esistenza di voltagabbana con quella ben più nobile di chi Partigiano lo era sempre stato fin dall’inizio: uomini e donne, questi, che avevano pagato sulla loro pelle a caro prezzo l’adesione a quegli ideali di libertà e democrazia per vent’anni spediti in soffitta.

In mezzo a questo turbinio di eventi resta incastrata la Polizia italiana: a differenza di Carabinieri e Guardia di Finanza che mantennero sempre la loro identità di Corpo e subirono molto meno le spinte politiche antagoniste, dopo l’Otto settembre 1943 il Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza subì una delle peggiori scissioni che, con l’ottica odierna, appare ancora più assurda di quanto la fu già in quei giorni. I Poliziotti del nord Italia divennero dall’oggi al domani Polizia Repubblicana, in adesione per alcuni forzata alla neonata Repubblica Sociale Italiana capitanata da un Duce ormai privo di smalto, della sua proverbiale grinta e visibilmente malato. Una Polizia con due teste, da un lato con la restaurazione del Corpo delle Guardie di P.S. ad opera di Badoglio e operativo nel centro sud del Paese; dall’altro con questa forma di polizia fascista del nord che non si capiva bene dove sarebbe andata a parare. Detta così sembra facile: affermare che tutti i Poliziotti furono ben lieti di transitare in questa nuova polizia di regime sarebbe una pericolosa forzatura storica. Proprio all’indomani dell’Otto settembre, quando a Valdagno approdò una lunghissima autocolonna di mezzi militari che aveva viaggiato per tutta la notte da Roma con a bordo uomini, mezzi e infrastrutture prelevate dal Ministero degli Interni, moltissimi agenti di P.S. si diedero alla macchia: alcuni di essi puri felloni, gente che avrebbe disertato comunque; altri invece perchè in completo disaccordo con la politica dittatoriale di un regime che tutti percepivano ormai ai suoi rantoli finali. Molto meglio per loro aderire alle formazioni partigiane già attive o tentare la fuga all’estero, magari da quei parenti emigrati alcuni anni prima in cerca di fortuna. Altri ancora, poi, preferirono mantenere fede a quello scellerato giuramento di alleanza tra Mussolini e Hitler rinnegato con l’Otto settembre: per loro si aprirono le porte delle SS italiane, dei Battaglioni Italiani di Polizia “Sichehreits” e di altre strutture che di poliziesco ebbero solo la facciata: feccia tra la feccia, sadici criminali che trovarono sfogo alla loro indole violenta e torturatrice protetti da un’uniforme e da un ruolo che gli stessi nazisti non volevano rivestire, preferendo lasciare il lavoro davvero sporco a quegli “alleati” mangiacarrube che comunque non smisero mai di criticare.

Di storie come queste te ne potrei raccontare quante ne vuoi. Alla Polizia Repubblicana aderirono comunque in molti, sia come unica alternativa al fronte russo, sia perchè era un’opportunità di lavoro e di paga sicura in un tempo di “magra”. Innegabile in ogni caso che tanti vi aderirono proprio perchè invasati dall’ideologia fascista portata alle estreme conseguenze: i reparti speciali di polizia, la Legione Arditi di Polizia “Ettore Muti”, la legione autonoma “Caruso”, la banda Collotti e la banda Olivares nella Venezia Giulia, la banda Carità nel Veneto e in Toscana, senza parlare della banda Koch a Milano e a Roma: gente che – è bene ribadirlo – con la Polizia intesa come la intendiamo noi oggi non ebbe nulla a che vedere e che contribuì invece a svilire nei compiti e nella figura istituzionale. Spaccatura nella spaccatura, all’interno della stessa Polizia Repubblicana convissero a stento due facce della medesima medaglia: chi Poliziotto continuò a esserlo nel senso più genuino del termine continuando a svolgere onestamente un lavoro che diventava giorno dopo giorno sempre più duro; chi invece approfittò di quell’uniforme per dare sfogo alle sue sadiche inclinazioni, diventando un torturatore e un assassino protetto dal regime.

Ma torniamo a noi.

A Carpi c’è un giovanotto dalle belle speranze: si chiama Pietro Mastroianni, di lui non sappiamo nemmeno l’età ma soltanto che è un poliziotto in servizio alla Questura di Modena. Come molti coetanei è riuscito a barcamenarsi per tutta la guerra con addosso un’uniforme che diventava sempre più pesante da indossare. Aveva sopportato la perdita delle stellette, sostituite dal fascio littorio; aveva subìto i sarcastici motteggi dei suoi amici che allora come oggi lo definivano sempre più insistentemente “servo del potere”. Aveva tuttavia svolto il suo lavoro con onestà e impegno, in una regione dove più che in altre la divisa poliziesca era vista da molti come il fumo negli occhi. Era sopravvissuto ai bombardamenti, agli agguati, ai pericolosi rastrellamenti nelle campagne volti alla cattura di quelli che in gergo venivano chiamati “ribelli”. Aveva tenuto testa a feroci delinquenti locali, gente disposta a piantarti una palla in fronte solo per un sacchetto di sale che al mercato nero valeva più dell’oro. Insomma, come tutti gli italiani stava finalmente per tagliare quel traguardo tanto atteso fatto di libertà, di pace e di nuova vita.

La mattina del 24 aprile, proprio in quella giornata di sole e di mille profumi primaverili, egli è a spasso con la sua ragazza. Probabilmente è in licenza, questo non si sa. La morosa si chiama Carmen Botti, ha 22 anni ed è figlia di un paesano da tutti conosciuto come persona paciosa e tranquilla. E’ una giornata talmente bella che non è possibile sprecarla tra quattro mura di una casa: la campagna modenese esercita un richiamo irresistibile e i due, mano nella mano, si incamminano per i viottoli che dal paese portano tra i campi, dipanandosi tra pioppeti e tamerici in fiore.

Con ogni probabilità stanno parlando del loro futuro, della possibilità di mettere su famiglia adesso che la guerra è ormai finita. Incrociano ad un certo punto un manipolo di ragazzi, gente giovane quanto loro. Alcuni di essi sono armati, ma del resto in quei giorni chi non lo era? Il miglior porto d’armi era proprio quel fazzoletto rosso al collo e un bracciale con pitturata la sigla CLN. Probabilmente uno sguardo di troppo e il sesto senso di Pietro Mastroianni gli fa capire che è meglio allungare il passo e ritornare in paese. Magari tra loro ha riconosciuto qualche suo vecchio “cliente”, chissà. Sta di fatto che senza voltarsi prende sottobraccio la sua donna e allunga il passo senza rispondere allo sguardo carico di interrogativi che Carmen gli rivolge. Il pericolo sembra ormai scampato, tra loro e il gruppo di soggetti male in arnese si sono frapposte decine di metri. Non si sa cosa faccia tornare sui suoi passi il gruppetto di “partigiani”, forse anche tra loro qualcuno ha riconosciuto Mastroianni come uno sbirro della questura fiutando così l’usta di una facile preda, doppiamente colpevole prima di tutto perchè servo del regime e poi perchè forestiero che è venuto a insidiare la virtù di una bella donna come la Carmen, sulla quale molti tra gli indigeni avevano posato l’occhio. Mi piace pensare che quando i furiosi saltarono addosso alla coppia, lo fecero per rancori politici, per spirito di antagonismo, per cose del genere… Non certo perchè attratti dall’avvenenza di una fanciulla resa ancora più appetibile dalla lontananza dal paese e dall’assenza di occhi indiscreti. Mi piace pensare questo, anche se il seguito della storia lascia spazio a tutt’altro.

I due fidanzati vengono bloccati armi alla mano: Pietro viene ucciso subito, anche qui mi piace credere perchè ha cercato di difenderla impugnando quel rudere mezzo arrugginito che gli è stato assegnato come pistola d’ordinanza. Il suo corpo viene gettato in un fosso, appena nascosto da un paio di frasche. A Carmen va peggio, molto peggio. Viene trascinata urlante e piangente in una casa colonica poco distante, in quel periodo vuota e lì tenuta prigioniera per una settimana. La cronaca non scende nei dettagli su cosa le accadde in quei sette giorni, tuttavia non è così difficile immaginarselo: sappiamo che il suo corpo divenne la principale attrazione di tutto il “partigianato” della zona. Vuoi divertirti una mezz’oretta, c’è la Carmen che ti aspetta! Questo motto arrivò alle orecchie di tutti, tranne a quelle orecchie istituzionali che avrebbero dovuto intervenire, anche all’indomani della scoperta del corpo del poliziotto. Una settimana di annientamento psichico e fisico, un corpo svuotato del suo contenuto umano e trattato come una slot machine nella quale non era necessario infilare alcuna moneta, ma la cui vincita era sempre garantita.

Fino a quando la situazione divenne insostenibile: forse la voce era davvero arrivata alle autorità, quelle vere; forse le bestie capirono di avere passato il segno. Soluzione migliore? Anche per lei niente di meglio di una palla di moschetto alla schiena, magari dopo averle fatto credere che sarebbe stata lasciata libera: la ritrovarono poco distante dalla casa colonica sua ultima prigione. Sì, lettore, indagini ne furono fatte: sia i Carabinieri che il Comitato di Liberazione Nazionale si misero di buona lena, alcuni fornirono indicazioni molto chiare su quanto accadde quella settimana di fine aprile del 1945 in quel casolare appena fuori Carpi. Tuttavia non so darti una risposta alla domanda che so già ronzarti in testa, se cioè Pietro e Carmen ottennero mai giustizia. Le mie fonti si fermano a quella pagina ingiallita e consunta di un giornaletto locale dell’epoca, così tanto lisa da rendere ancora più difficile la sua amara lettura. Restiamo con l’idea che nessuno pagò per quei crimini. E con la stessa domanda di prima, sempre senza risposta: dov’era Dio?

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