Debito d’onore – Gli Ascari di monte Tandellai

DEBITO D’ONORE

(gli ascari di Monte Tandellai, 6-7 Novembre 1940)

di Fabrizio Gregorutti

“Un coro di fantasmi/vien giù dai monti/l’è il coro degli Alpini/che son morti”

Dal canto alpino “Sul ponte di Perati” scritto da un anonimo poeta soldato sul fronte Greco-Albanese, 1940-1941

In Africa Orientale tutto inizia con l’ingresso in guerra dell’Italia, il 10 Giugno 1940. 

E’ stato scritto molto, in questi ultimi settant’anni sull’assenza o quasi di qualsiasi iniziativa militare italiana nell’Impero (questo quando i britannici temevano di vederci entrare a Nairobi o a Khartoum nel giro di poche settimane). Non spetta a noi, nella nostra umiltà di ricercatori dilettanti, comprendere le motivazioni di ciò, anche se qualche dubbio lo possono dare le cervellotiche “direttive per un piano di guerra” inflitte dal Fondatore dell’Impero alle nostre Forze Armate, in Italia e Oltremare, il 31 marzo 1940. Se qualcuno vuole capire come siamo riusciti a perdere la guerra, forse deve partire da lì.

Allo scoppio del conflitto le nostre truppe in Africa si “limitano” ad occupare i centri abitati delle colonie britanniche appena al di là del confine. La principale città a cadere nelle nostre mani è Kassala, nel Sudan Anglo-Egiziano.

Strategicamente è un bell’obiettivo. La città è un grosso centro commerciale e carovaniero ma è importante anche dal punto di vista della propaganda. Nel 1894 a Kassala le nostre truppe sconfissero l’Esercito del Mahdi, l’Al Qaeda di allora, che minacciava di invadere l’Eritrea. Fu una bella vittoria e, anche se poi venne ceduta agli inglesi, la città è rimasta nella memoria italiana. La sua riconquista viene quindi salutata trionfalmente in Madrepatria. 

Kassala potrebbe essere un trampolino di lancio verso il Nilo o almeno verso il nord del Sudan, ma la nostra avanzata viene bloccata prima dalla stagione delle piogge e poi da un’ inerzia della quale approfittano i britannici, con incursioni sempre più decise verso le nostre frontiere e sulla stessa Kassala.

Nell’ottobre del 1940 il Raggruppamento Bande della PAI, al comando del tenente colonnello Nemo Largajolli, viene schierato ai confini tra Eritrea e Sudan.

Sulla carta è una forza di tutto rispetto. Si tratta di circa 700 uomini, dei quali 634 ascari eritrei. Molti di loro provengono dalle regioni dell’interno della Colonia Primogenita, come l’Hamasien, dove l’arruolamento negli ascari si tramanda da padre in figlio come in Italia avviene per gli alpini nelle regioni alpine o per i fanti della Brigata Sassari in Sardegna. E’ gente dura come le montagne dove è nata, infaticabile e di un coraggio a tutta prova.

Tra di loro, nel Raggruppamento Bande, ci sono dei vecchi sciumbasci combattenti di tre guerre pluridecorati e ragazzini neo-arruolati, alcuni appena adolescenti ma desiderosi di dimostrare il proprio valore. 

Non sono solo dei poliziotti ma anche dei soldati specializzati tanto da considerarsi l’élite delle truppe coloniali italiane. Sino allo scoppio della guerra hanno combattuto contro gli sciftà, i predoni eritrei, e contro le infiltrazioni della guerriglia etiope poi quando l’Italia e il suo Impero sono precipitati in guerra si sono battuti coraggiosamente contro gli inglesi in Sudan, partecipando alla conquista di Kassala. Intorno ai fuochi dei bivacchi cantano canzoni guerriere, descrivono a gran voce le proprie gesta a Kassala e ricordano i fratelli caduti in battaglia, puliscono le armi e si preparano alla gloria della battaglia ormai prossima. Ora gli ascari della PAI attendono la nuova prova con impazienza. Vinceranno ancora, insh’ Allah! Presto ritorneranno vittoriosi ai loro villaggi, fieri ed orgogliosi, accolti come eroi. 

Largajolli ed i suoi ufficiali, tra i quali il suo vice maggiore Costantino Cecaro e il capitano Walter Cerrini comandante del 2° Gruppo Bande, ricevono gli ordini dal comando della 4^ divisione coloniale. C’è un intero battaglione di ascari del Regio Esercito che ha occupato una località strategica chiamata Tamiam, al di là del torrente Ghirghir che scorre tra Eritrea e Sudan e alle pendici dello Sciusceib, un monte alto un migliaio di metri dal quale si controlla la zona di Kassala. Ora però il presidio, al quale si è unita una batteria di artiglieria, è circondato dalle truppe britanniche e comincia ad essere carente di munizioni e viveri. L’unica possibilità per rifornirlo è quella di far transitare i rifornimenti su delle carovane di cammelli attraverso due gole montane una delle quali, la più meridionale, tra i monti Sciusceib e Tandellai, è la più pericolosa poiché molto stretta e con una strozzatura finale che la rende il posto giusto per delle imboscate. 

Gli ascari della PAI insieme a quelli dell’esercito riescono comunque a scortare a Tamiam alcune carovane senza colpo ferire, poi il 4 novembre arrivano delle pessime notizie.

In una veloce azione di sorpresa i motociclisti della PAI hanno catturato un ufficiale ed un soldato indiani al servizio degli inglesi. Quello che racconta l’ufficiale è preoccupante: un intero reggimento indiano, composto da circa 3000 uomini e fornito anche di mezzi corazzati sta giungendo per bloccare le gole che permettono l’accesso a Tamiam. C’è quindi bisogno di una nuova strategia per proteggere i rifornimenti. 

Il generale comandante la 4^ divisione dell’esercito, al quale il Raggruppamento è sottoposto, dà ordini che lasciano molto perplessi gli ufficiali della PAI. In sostanza il 2° Gruppo Bande al comando del capitano Cerrini, in totale 333 uomini, dei quali 330 ascari eritrei, dovrebbe scortare da solo i rifornimenti diretti a Tamiam senza ricevere appoggio da parte delle truppe coloniali dell’esercito. Quando gli ufficiali della PAI fanno presente i rischi di una simile azione al Generale, questi, bontà sua, decide di non decidere e di rimandare tutto a quando gli uomini della PAI e delle truppe coloniali raggiungeranno l’imbocco della valle del Ghirghir. Qui, nel tardo pomeriggio del 5 novembre, il capitano Cerrini riceve gli ordini che il Generale ha finalmente partorito. Cerrini dovrà dividere la sua unità: una banda procederà in avanscoperta, mentre l’altra banda, divisa in due centurie, dovrà proteggere la carovana di cammelli che entrerà attraverso il passo meridionale, tra i monti Sciusceib e Tandellai, proprio quello più stretto e pericoloso. Certo, nessuno degli uomini del 2° conosce la zona da percorrere, ma il Generale fornisce a Cerrini quattro ascari dell’esercito che gli faranno da guida. Dovrebbero bastare, no? Dopotutto al Gruppo Bande è stato aggregato come secondo in comando il tenente Zefferino Giacometti, della Polizia Stradale di Asmara che in mattinata ha perlustrato in motocicletta la valle del Ghirghir e ha quindi un’idea, per quanto molto vaga, di qualche tratto della strada da percorrere.

E se il 2° Gruppo Bande trovasse il passo occupato dal nemico? Nessun problema. Nel caso non riesca a forzare il blocco potrà ripiegare sino al Ghirghir dove verrà protetto da un battaglione coloniale lì in attesa. Il Generale rassicura Cerrini: non ci sarà alcuna resistenza nemica.

Che può fare Cerrini a questo punto? Un generale di divisione gli ha garantito che è tutto a posto, che la situazione è tranquilla, che non si deve preoccupare. Saluta militarmente e, dopo avere ordinato agli ascari di coprire con degli stracci gli zoccoli dei cammelli della carovana per impedire loro di fare rumore, si dirige verso la gola.

Il Generale però si è scordato di avvisarlo che da tempo non è stata più compiuta nella zona alcuna ricognizione e che nessun reparto è stato inviato a occupare o almeno perlustrare lo sbocco della valle, definito nei documenti del tempo “la stretta”.

Nel frattempo nelle retrovie il maggiore Cecaro riceve un messaggio allarmante. Forze nemiche sono state avvistate in movimento verso la stessa direttrice del gruppo di Cerrini. Cecaro cerca di avvisare il Generale perché blocchi gli uomini del 2°, ma è inutile. Quando il messaggio arriva a destinazione, il Gruppo Bande è già penetrato nella stretta gola tra i monti Sciusceib e Tandellai.

Cerrini guida i suoi uomini nella stretta gola. E’ una notte senza luna, fa buio pesto e non si vede a pochi metri di distanza. Gli uomini sono nervosi, mentre le dita carezzano nervosamente i MAB ed i vecchi moschetti. Cerrini ed i suoi ragazzi, italiani ed indigeni, sussultano quando uno dei cammelli fa rumore calpestando i sassi della maledetta strada o quando un animale notturno fa capolino tra i radi cespugli.

Cerrini guarda l’orologio da polso. E’ la mezzanotte del 6 novembre. La carovana è quasi passata attraverso la gola, pochi chilometri e raggiungeranno Tamiam e….

E all’improvviso, a poche decine di metri da lui, Cerrini vede la sagoma di un’autoblindo. Non fa a tempo a riaversi dalla sorpresa che ecco, una serie di razzi illuminanti solcano il cielo, rischiarando a giorno le pendici dello Sciusceib e del Tandellai.

“ALLARME!” urla Cerrini, mentre dalle pendici delle montagne piombano le raffiche delle mitragliatrici indiane. 

E’ un inferno. Un vero e proprio uragano di fuoco investe i poliziotti italiani, mentre dalla “stretta” giunge una colonna di autoblindo che investe la carovana sparando all’impazzata su tutto ciò che si muove. 

I poliziotti reagiscono sparando a loro volta, ma la violenza dell’attacco e il caos che ne segue sono tali che il Gruppo Bande viene spezzato in tre. Con grande fatica il maresciallo De Angelis, che comanda la banda di ascari in retroguardia, riesce ad evitare di finire stritolato dalla morsa nemica e ritorna combattendo nelle nostre linee. Cerrini cerca di sfondare la “stretta” insieme ai suoi ascari, ma viene respinto dagli indiani che lì si sono appostati dopo tre quarti d’ora di feroce battaglia costata la vita a decine dei suoi uomini. 

Chi non riesce a tornare è il tenente Giacometti insieme a più di duecento ascari. Quando i soldati indiani hanno attaccato e il Gruppo Bande è stato spezzato in tre Giacometti ha cercato di resistere insieme ai suoi uomini, ma alla fine è stato costretto a ripiegare sulle pendici del Tandellai. Gli ascari del 2° riescono a raggiungere il riparo delle rocce aprendosi la strada a raffiche di MAB. Fatalmente però, a causa del buio e della concitazione della battaglia, la banda si spezza in più gruppi. Con Giacometti sono rimasti meno di un centinaio di ascari che si battono furiosamente, ma altri nuclei separati e al comando di uno sciumbasci o di un ascari particolarmente rispettato continuano a battersi con la forza della disperazione. Sono ascari, appunto: la resa non è contemplata. E poi, ora certo arriveranno i soldati ….

Nella valle del Ghirghir il capitano Cerrini vuole accendere dei fuochi e lanciare dei segnali per permettere ai superstiti della sua unità di scorgere le linee italiane e ritirarsi. Il colonnello che comanda il battaglione coloniale glielo proibisce. La sua batteria di artiglieria ha sparato una trentina di cannonate sulle posizioni indiane, di più non può fare. Accendere fuochi e lanciare razzi di segnalazione potrebbe rivelare al nemico le proprie posizioni (e le cannonate? Quelle non svelano le posizioni?). 

Alle 3 il battaglione coloniale ripiega verso le retrovie. Il colonnello non intende farsi sorprendere dall’alba nella valle del Ghirgir e porta con sé Cerrini e ciò che resta del 2°.

Quando apprende dell’imboscata e della perdita del tenente Giacometti e dei suoi ragazzi, il maggiore Cecaro chiede al Generale di poter ritornare al Ghirghir con un’intera banda, per recuperare i superstiti e riportarli nelle nostre linee. Permesso negato. Tutto ciò che Cecaro riesce ad ottenere è il permesso di uscire con una pattuglia di appena sei uomini e qui, alle 6,45 assiste al massacro del 2° Gruppo Bande.

Se li guardi su Google Maps * i monti Sciusceib e Tandellai (*15.798732,36.676831) fanno una cupa impressione. Dalle foto satellitari di oggi si vedono gli enormi blocchi granitici che compongono le due montagne, una miriade di rocce nere nel mare ocra delle sabbie del deserto. E’ dietro quelle rocce che nelle prime ore del mattino del 6 novembre 1940 sono attestati gli ascari del 2° Gruppo Bande della P.A.I. , nella loro ultima battaglia.

I soldati indiani cercano di scacciarli dai versanti del Tandellai, ma gli ascari eritrei si difendono sparando a colpo sicuro, per risparmiare le munizioni, al riparo delle rocce dove si sono attestati. Gli indiani non riescono a snidarli da lassù perchè gli eritrei si battono con la forza della disperazione difendendo ogni masso, ogni balza, ogni letto di torrente in secca, ogni buca, con le armi da fuoco, con i billao (gli affilatissimi coltelli da combattimento della PAI) con i calci dei fucili, con le pietre, con le mani nude. Qualche ascari riesce a forzare il blocco dei militari indiani e a riunirsi a Cecaro, ma sulla montagna il combattimento prosegue furibondo. Giacometti e ottanta ascari, ormai accerchiati, sono costretti alla resa dopo lunghe ore di battaglia, ma altre decine di ascari della PAI continuano a resistere rabbiosamente. Molti di loro sono feriti, tutti soffrono la sete sotto il cocente sole del deserto, ma i poliziotti del Tandellai sono decisi a fare sudare ai soldati indiani ogni metro di quella maledetta montagna. 

Il maggiore Cecaro ritorna nelle retrovie e riferisce al Generale quanto sta accadendo. Ci sono i suoi uomini che stanno morendo lassù, dice anzi quasi urla ai limiti dell’insubordinazione. Forse si possono salvare con un’azione risolutiva ma il Generale rifiuta. Non ha abbastanza truppe per poter agire, risponde seccamente. E’ vero, ma è altrettanto vero che quei 333 poliziotti in quella maledetta gola non ci dovevano entrare.

I combattimenti continuano sino alla mattina dopo, quando il maggiore Cecaro, ritornato nella valle del Girghir, sente ancora un’intensa sparatoria provenire dalle pendici del Tandellai. Ma sono le ultime fasi della battaglia. Gli ultimi ascari del 2° Bande cadono sulla montagna tra la tarda mattinata ed il primo pomeriggio del 7 novembre 1940. 

I soldati indiani hanno vinto, ma è una vittoria amara. Hanno lasciato troppe vite su quella montagna per poterne gioire. Si ritirano quello stesso pomeriggio.

Sulla montagna, cessato l’eco degli spari e dei motori delle autoblindo che abbandonano la gola, c’è un silenzio pesante, rotto soltanto dai lamenti di qualche ascari morente. 

Poi, attirata dall’odore della morte, arriva la prima iena.

La Polizia di Stato non ha mai ricordato i centocinquanta ascari di polizia che morirono su quella lontana montagna sudanese settantadue anni fa, in quella che rimane a tutt’oggi la più grave perdita di vite umane mai subita nel corso di tutta la sua storia. Non esiste nessun monumento, nessuna lapide, nessuna decorazione ai sopravvissuti, nessuna medaglia alla Bandiera della Polizia di Stato che rammenti il sacrificio di quegli uomini.

I nomi dei Caduti del 2° Bande della PAI sono andati perduti con la disfatta militare, l’indipendenza delle colonie e le guerre che hanno dilaniato il Corno d’Africa nel corso dei decenni, ma questo non è un buon motivo per dimenticare una seconda volta gli ascari del Tandellai.

E’ giunta l’ora che la Polizia di Stato ricordi di avere un debito d’onore nei loro confronti.

 

per la redazione di Cadutipolizia.it Fabrizio Gregorutti

Fonti ed opere consultate:

– “La Polizia dell’Africa Italiana” di Piero Crociani, edito a cura dell’Ufficio Storico della Polizia di Stato, Roma 2009 (completa in appendice del rapporto sulla battaglia di monte Tandellai e della gola della morte, opera della quale chi scrive è completamente debitore)

– “Le Operazioni in Africa Orientale” di Alberto Rovighi, edito a cura dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 1995

– “I Corpi Armati con funzioni civili” , parte IV dedicata alla P.A.I. di Edoardo Mezza, edito a cura del Ministero degli Affari Esteri, Roma 1962

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