Come si costruisce un eroe

COME SI COSTRUISCE UN EROE
di Gianmarco Calore

Un luogo comune che si sente spesso citare è racchiuso in una frase:
“Si stava meglio quando si stava peggio”.
Se questo luogo comune viene associato alla Polizia di Stato e alla sua storia, allora c’è davvero da convenire che di luogo comune quella frase abbia ben poco.

Ci sono storie che riguardano i nostri Fratelli. Storie spesso dimenticate perchè ormai lontane nel tempo; storie che vengono a galla quasi per sbaglio ma che se raffrontate non possono che suscitare ira e sdegno per come un Poliziotto viene oggi considerato da quella stessa Istituzione che dovrebbe salvaguardarlo, tutelarlo e – quando capita, Dio non voglia – compiangerlo e onorarlo.
La prima storia vera che vi voglio raccontare affonda le sue radici nel lontano febbraio 1956. Ci sono due giovani guardie di P.S. in servizio al Commissariato di Cerignola (FG): si chiamano Nicola Fumarulo e Antonio Gentile. Sono due militari di P.S. che svolgono il loro onesto e anonimo servizio giorno dopo giorno, con quella turnazione massacrante che all’epoca veniva chiamata “quattro-otto”, vale a dire quattro ore di servizio e otto di riposo senza soluzione di continuità. Tempi difficili, gli anni Cinquanta, in Puglia forse più che in altre realtà del Paese. La notte del primo febbraio le due guardie stanno pattugliando a piedi il centro di Cerignola, infagottate nei loro pastrani grigio-verdi e con il berretto a “bustina” ben calcato in testa per proteggerli vanamente dal freddo pungente di quella notte invernale. Stanno facendo lo “0-4” come ogni due giorni. Arrivano in via Trinità, nei pressi dell’Ufficio del Registro, e notano due figuri che alla loro vista cercano di allontanarsi alla chetichella. Li fermano e addosso a uno di loro trovano tutto il “necessaire” del bravo scassinatore: lima, raspa, cacciavite… Ma l’altro ha con sé anche una Bernardelli cal. 7,65 con la matricola abrasa e non esita ad usarla contro i due militi. In loro ausilio accorrono anche alcune guardie notturne, ma i delinquenti – che verranno arrestati tempo dopo – riescono momentaneamente a farla franca. Nicola Fumarulo morirà in ospedale alcuni giorni dopo, sottoposto a innumerevoli quanto inutili interventi chirurgici. Antonio Gentile invece si spegnerà dopo oltre 4 mesi di agonia.
Due dei tanti Caduti su cui le nostre ricerche stavano brancolando nel buio per l’incredibile assenza di materiale giornalistico dell’epoca, forse non più conservato o andato perduto. Finchè dalla questura di Foggia ecco pervenire la copia fotostatica originale della proposta con cui il Capitano comandante del Commissariato di Cerignola trasmette al Colonnello Ispettore  della 10° Zona Guardie di P.S. la proposta di conferimento della medaglia d’Argento al Valor Militare. La proposta – datata 28 febbraio 1956 – riguarda al momento la sola guardia Fumarulo, essendo Gentile ancora vivo. Ma in seguito anch’egli verrà fregiato con la medesima onorificenza. Quello che lascia a bocca aperta è l’autentico spirito di Corpo che rendeva la nostra Polizia appunto un Corpo, non un’Amministrazione. Vi riporto integralmente le frasi che sembrano provenire dalla penna di un romanziere più che dalla scrivania di un Ufficiale.

“ […] Richiamati dalle detonazioni, tre Vigili Notturni che si aggiravano in quei pressi, accorrevano sul posto a portare aiuto ai feriti, ma il Fumarulo, che pur versava in gravissime condizioni in un lago di sangue, li invitava invece ad inseguire i due malviventi dicendo: “Non pensate a me, ma inseguite e catturate i delinquenti!”
Durante la degenza in ospedale, ove fu sottoposto ad intervento chirurgico con asportazione della milza, il Fumarulo diede prova di ammirevole serenità e di grande coraggio. Infatti, nonostante le sofferenze sopportate per gl’interventi chirurgici e pur accorgendosi  che le sue condizioni andavano sempre più aggravandosi, si è sempre manifestato lieto di avere compiuto il proprio dovere fino all’estremo sacrificio. Sentendosi infine venir meno, dopo avere rivolto alla moglie, alla figlioletta e ai suoi compagni ferme parole di addio, esalava l’ultimo respiro rivolgendo il suo pensiero alla Patria. […]”

Ecco come si costruisce un eroe.
Ecco come la Polizia ha dimostrato fuori di ogni manipolazione e strumentalizzazione di sapere essere al fianco dei suoi Fratelli caduti e ancora di più al fianco dei loro familiari ai quali venivano pagati l’affitto e le bollette facendo ricorso ai fondi cassa del Comando e, quando non si riusciva, ad una volontaria autotassazione dei Colleghi, come fu per l’Appuntato di P.S. Antonio Di Palo.

C’è un’altra storia vera finita sepolta sotto montagne di carta e sotto altrettanta polvere di oblio. E’ quella del Vice Questore della Polizia di Stato Maurizio Genolini. Emblematica e drammatica allo stesso tempo: sì, perchè Genolini non è un Poliziotto qualunque. E’ stato il Comandante delle “Teste di cuoio”, divenuti l’attuale N.O.C.S., un Reparto in cui i suoi appartenenti sono chiamati a dare sempre il meglio nelle situazioni più drammatiche, in cui spesso non puoi andare tanto per il sottile. Un funzionario che ha accettato a denti stretti una riforma che lo aveva privato delle stellette; un comandante che era sempre stato al fianco dei suoi uomini in ogni occasione, partecipando agli interventi operativi e sacrificando molto spesso gli affetti familiari, soprattutto in un’epoca quale quella dei primi anni Ottanta in cui il terrorismo si dilettava molto coraggiosamente a colpire i familiari inermi del “servo dello Stato” di turno.
Genolini si è mangiato la sua brava pagnotta di pane duro, forse tanto più duro di quella toccata in sorte ad altri Colleghi: il banditismo e l’anti abigeato in Sardegna, con l’Anonima che sparava per uccidere; il terrorismo eversivo e tutto ciò che esso comportava; i sequestri di persona compiuti sempre più spesso da impreparati delinquenti molto più bravi a uccidere che a trattare la liberazione del prigioniero. Ed è proprio durante un’operazione di liberazione di un ostaggio che il Colonnello Genolini (perdonatemi, ma per la qualifica suona molto meglio quella militare…) rimane ferito gravemente alla testa. Era il novembre 1992, l’industriale Carmine Del Prete era stato rapito ma la Polizia aveva individuato subito il luogo dove veniva segregato. Ed era scattato il blitz. Maurizio Genolini era lì, al fianco dei suoi uomini: si buscò un proiettile probabilmente destinato ad altri. Non morì subito, però: divenne uno dei tanti “parenti scomodi” che i troppi burocrati ministeriali si ostinano a reputare una palla al piede, con quelle insulse richieste di riconoscimento di causa di servizio, pensionamenti anticipati, equi indennizzi… Tutte voci che, in un’ottica squisitamente contabile, vanno incolonnate come perdite. Maurizio Genolini non fa loro nemmeno il favore di schiattare subito: eh no, troppo comodo… Ci mette quasi sei anni e quando lo fa, ucciso da un tumore che ogni logica umana vedrebbe dipendente da quella ferita, finalmente al ministero il prefettucolo di turno tira un sospiro di sollievo: fintamente commosso manda un telegramma di circostanza alla moglie e fa finire il fascicolo matricolare del Funzionario nel fondo di uno scaffale, cibo per i topi dell’archivio. Le richieste inoltrate dai familiari del Colonnello per vedersi riconoscere ciò che avrebbero meritato vengono fatte rimpallare per anni tra i vari Ministeri: quello dell’Interno, quello del Lavoro, le Commissioni Mediche Ospedaliere, come in un’alienante partita a volley in cui la palla è costituita dai sentimenti di una famiglia. Fino alla risposta negativa: Maurizio Genolini è morto per un tumore. Punto e basta. Come un qualsiasi scriteriato e accanito fumatore. Come un qualsiasi altro malato che si sia visto colpire da una malattia che non lascia scampo che gli sarebbe comunque saltata fuori.
Nessun riconoscimento, nessuna frase altisonante, nessun giorno della memoria. Nemmeno l’onore di vedere il suo nome inserito nel sacrario della Polizia di Stato a Roma.  Lo stesso sacrario in cui, a fianco di tantissimi Colleghi caduti “lieti di avere compiuto il loro dovere fino all’estremo sacrificio” campeggia indegnamente il nome di un Gaetano Collotti, autentico criminale di guerra e riconosciuto aguzzino e sadico torturatore che si nascondeva dietro un’Uniforme per dare sfogo ai suoi deliri di onnipotenza, finito fucilato dai partigiani a Carbonera (TV) mentre assieme ai suoi sgherri cercava una vana fuga da Trieste dopo avere trafugato i soldi della cassa dell’Ispettorato di Polizia, e che qualcuno troppo indaffarato per andare a documentarsi ha frettolosamente inserito tra i nomi dei nostri veri Angeli.

Allora mi sono fatto due conti. Febbraio 1956, giugno 1997: appena 41 anni… E’ possibile che siamo cambiati così tanto? E’ possibile che sia troppo scomodo per molti fare riferimento a concetti quali l’amore per la Patria, l’alto senso del dovere, lo spirito di Corpo? Tutte frasi di circostanza ormai campeggianti solo nei discorsi ufficiali che si sentono durante le cerimonie di giuramento, ma di fatto svuotate dal loro reale significato.
Ho trovato storie di Colleghi che hanno pagato di tasca loro il funerale di un Fratello quando lo Stato sembrava essersi dimenticato di lui, come è accaduto per Fernando Gnesotto, una guardia del Reparto Celere di Padova rimasta ferita durante gli scontri di Genova 1960 e su cui rimarrà per sempre l’incognita se deceduto per malattia dipendente da causa di servizio o no: nel dubbio, ai funerali ha partecipato un picchetto d’onore dei suoi Fratelli in grigio-verde; ho trovato storie in cui invece lo Stato era davvero a fianco dei suoi leali servitori, con Funzionari e Ufficiali che badavano più ai fatti che non alle parole.

Oggi la nostra vita vale poco più che una medaglietta da appendere al petto delle nostre vedove. Vale i 3 milioni di lire con cui lo Stato ha voluto risarcire negli anni Novanta i familiari di Loris Giazzon, ucciso a Olmo di Creazzo (VI) in un conflitto a fuoco con rapinatori che contemporaneamente a colpi di kalashnikov piallarono su una sedia a rotelle anche un altro collega, Maurizio Cesarotto, il quale dovette dilapidare l’intero patrimonio familiare per fare fronte alle costosissime cure. Oggi più che mai siamo solo un numero di matricola su un fascicolo, pronto ad essere riesumato quando e l’ora di sanzionarci disciplinarmente ed altrettanto pronto ad essere dimenticato sul fondo di un cassetto quando le nostre legittime richieste si fanno pressanti. Il nostro lavoro non vale nemmeno la carta sulla quale ci viene negata la causa di servizio solo perchè uno stupido burocrate deve fare quadrare conti che in ogni caso non quadreranno mai.

Allora tutta questa riforma contenuta nella 121 dov’è? Tutte le lotte sostenute dai Colleghi per una Polizia diversa, lotte pagate molto spesso in prima persona sulla propria pelle e sulla propria carriera, a cosa sono servite?

E’ vero: almeno in questo si stava meglio quando si stava peggio…..

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