Antonio Annarumma, un martire senza pace

ANTONIO ANNARUMMA, UN MARTIRE SENZA PACE

di Gianmarco Calore

 

 

Di Antonio Annarumma, guardia di pubblica sicurezza del 3° Reparto Celere di Milano, assassinato per mano ignota il 19 novembre 1969 nella famigerata “battaglia di via Larga”, la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori sa già tutto. Si è tutti pronti ad aprire discussioni sul contesto storico e sociale in cui maturò quel tragico evento, sulla sua evitabilità, sulla regia occulta che accese la miccia degli scontri. Addirittura i più arditi pensatori sono certissimi nel delineare fattori, cause, concause partendo dall’aspetto poltico di quegli anni fino ad arrivare all’inadeguatezza dei mezzi di contrasto adottati dalla Polizia per ristabilire l’ordine pubblico turbato.

Anche io credevo di sapere tutto su Antonio Annarumma. Non è così, anzi. Oggi mi accorgo che sull’argomento, a distanza di oltre 40 anni, siamo ben lontani dallo scrivere la parola FINE. E non solo perchè l’assassino del giovane poliziotto non fu mai individuato, ma anche perchè esistono ancora cospicue “sacche” di resistenza che si ostinano a credere e a propagandare che la morte di Annarumma si debba ascrivere SOLO ed ESCLUSIVAMENTE a mera fatalità, a un incidente stradale dettato dall’inesperienza di quel ragazzo nella conduzione dei mezzi di Polizia durante le delicate manovre chiamate in gergo “caroselli”.

Già nel 2007, partecipando a una delle tante discussioni sull’argomento che popolano il web, fui il primo ad abboccare alle molte incongruenze che oggi mi accorgo circondare l’assassinio di quel giovane meridionale, giunto a Milano come tantissimi altri per raggranellare qualche quattrino da mandare ai genitori in terra campana. Oggi mi accorgo con orrore di avere accettato senza spirito di analisi critica le tante (troppe) versioni “ufficiali” e di non avere messo in dubbio alcuni degli aspetti che caratterizzarono quella tragedia.

Anche io, come molti, conclusi la faccenda considerando la morte di Annarumma per quello che è: un assassinio insoluto.

Ma oggi, grazie all’ennesimo negazionista che con molto coraggio ha voluto rilanciare in forma anonima la teoria dell’incidente cercando di fare passare Antonio Annarumma per un pivello attanagliato dal panico (se non addirittura per uno dei tanti celerini-picchiatori-fascisti-legalizzati), ho ripreso in mano la faccenda da tutt’altra prospettiva. E i risultati, nella loro evidenza, dovrebbero bastare per chiudere la bocca a questa pletora di babbei farneticanti.

Questo non vuole essere l’ennesimo articolo commemorativo sul “povero-povero-Annarumma”. Qui si cercherà soltanto di portare in evidenza punto per punto proprio quelle incongruenze che forse hanno permesso al suo assassino di farla franca.

Partiamo proprio da questa parola: ASSASSINO. Perchè è bene chiarire subito che Annarumma fu ASSASSINATO, con buona pace dei detrattori di questa certezza. Sulla questione ci sono pochi, evidentissimi punti che riassumiamo per come l’istruttoria ce li ha tramandati.

– Testimonianza dei militari che erano a bordo del veicolo condotto dalla vittima. Su queste spicca per la sua veracità quella della guardia Giovanni Magliocca (che si prosciolse l’anno successivo sulla scorta dei traumi che quell’evento gli provocò): il militare descrisse con precisione meticolosa gli ultimi istanti di vita del suo collega. Permise così di ricostruire che il veicolo da lui occupato (e uso volutamente la parola veicolo, vedremo poi perchè) era impegnato in uno degli ennesimi “caroselli” per disperdere la folla di manifestanti (che collocheremo politicamente solo più avanti) quando fu fatto oggetto del lancio di innumerevoli aste metalliche costituite da tubi “innocenti” da impalcatura. Per regolamento, i militari a bordo dei mezzi di Polizia dovevano indossare il berretto rigido dell’uniforme: Annarumma si trovava in queste condizioni e cercò con la mano sinistra di sfilare dal tascapane l’elmetto metallico che lo avrebbe maggiormente protetto. Per fare questo, dovette per forza diminuire l’andatura del veicolo portandolo quasi a passo d’uomo. Fu in quell’istante che, di fronte al mezzo e all’altezza del lato guida, uno dei manifestanti lanciò un tubo da impalcatura colpendo il militare alla testa, sfondandogliela. Il mezzo, privo di controllo, invase con uno scatto la corsia opposta in cui stava transitando un’altro veicolo del Reparto contro il quale impattò con violenza arrestando la corsa di entrambi a ridosso del marciapiede. Nella collisione, sia la guardia che sedeva sul posto del passeggero nella cabina di guida del mezzo di Annarumma, sia il brigadiere che occupava l’altro veicolo colliso furono proiettati contro il parabrezza anteriore. I veicoli furono quindi circondati da molti manifestanti che, quando si accorsero del poliziotto ucciso, si dettero molto coraggiosamente alla fuga, incalzati dallo stesso Magliocca, dai colleghi che erano con lui e da altri giunti nel frattempo in soccorso. Annarumma fu adagiato sul marciapiede e caricato su una “Giulia” civile della Questura che lo trasportò invano all’ospedale. Una simile testimonianza basta da sola a smentire i negazionisti che, nonostante ciò, accamparono senza produrre alcuna prova contraria la teoria della ricostruzione preconfezionata.

Integrazione del 01 dicembre 2013

A seguito di colloquio telefonico avvenuto con il sig. Giovanni Magliocca (che la Redazione di Polizianellastoria ringrazia sentitamente), dobbiamo apportare alcune importanti precisazioni che aiutano a comprendere meglio l’esatto svolgersi dei fatti. Il sig. Magliocca ha tenuto infatti a precisare di non avere mai fatto parte dell’autocolonna impiegata in via Larga e che quel giorno, assieme ad altri militari, si trovava fin dalle 4:30 del mattino in via Pantano di fronte all’Assolombarda impegnato nell’analogo servizio di ordine pubblico che Annarumma stava disimpegnando presso il vicino teatro Lirico. Egli smentisce conseguentemente di essersi trovato a bordo del gippone condotto da Annarumma, ma conferma di essere intervenuto in ausilio di quei militari verso mezzogiorno quando iniziarono gli scontri veri e propri. Raggiunse via Larga in tempo per vedere la tragedia appena compiuta, con il giovane collega già steso a terra con la testa sfondata e chiaramente morto; il sig. Magliocca partecipò attivamente alle successive cariche per disperdere i facinorosi, adoperandosi con abnegazione per salvare la vita agli altri colleghi che nel frattempo erano stati affrontati anche con l’uso di stracci imbevuti di acido e bottiglie incendiarie. La versione riportata sopra è stata estrapolata da alcuni quotidiani che evidentemente hanno utilizzato il nome di Magliocca per avvalorare determinate posizioni, essendo stato proprio quel militare a balzare agli onori della cronaca facendosi portavoce presso i suoi colleghi del messaggio dell’allora questore Guida che era intervenuto presso la caserma Sant’Ambrogio per sedare il principio di rivolta dei Poliziotti: avendo infatti il questore una voce piuttosto roca, non riusciva a farsi sentire. Il sig. Magliocca riferisce inoltre che nel tardo pomeriggio, quando i militari furono recuperati con alcuni torpedoni militari per essere ricondotti in caserma, tali veicoli dovettero passare tra due ali di folla i cui partecipanti, nonostante sapessero della morte di un Poliziotto, non esitarono a investire di sputi i suoi colleghi.

Su Antonio Annarumma il sig. Magliocca offre un ulteriore precisazione: il giovane era un Poliziotto particolarmente esperto nella conduzione dei gipponi nei c.d. caroselli dal momento che aveva frequentato il corso per autista consegnatario alla scuola di Foggia prima di essere assegnato al 3° Celere di Milano.

La Redazione di Polizianellastoria è come sempre a disposizione di quanti vogliano aggiungere altri dettagli su quella terribile giornata.

 

 

La guardia di P.S. Giovanni Magliocca, uno tra i primi militari ad accorrere in ausilio dei colleghi impegnati negli scontri di via Larga (per gentile concessione)

 

– Perizie medico-legali ed esame autoptico. Le indagini furono condotte da subito con la massima scrupolosità. Furono sequestrate decine di tubi “innocenti” da impalcatura lasciati nei pressi dei mezzi della Polizia coinvolti nella tragedia. Tutti uguali, tutti di due metri di lunghezza e di un diametro di 6 centimetri. Fu accertato che i manifestanti si erano armati già prima di sferrare l’attacco alle Forze dell’ordine, prelevando quel materiale da un ponteggio in allestimento che si trovava al circa metà di via Larga, quasi all’incrocio con via Rastrelli. Furono sequestrati anche bastoni e grosse aste di legno quadrangolari, nessuna tuttavia compatibile con le lesioni al cranio di Annarumma. L’esame autoptico fu condotto subito dai medici legali più noti di Milano (professori Cattabeli, Luvoni e Pozzato) e la perizia non lascò dubbi: la testa di Annarumma subì una perforazione circolare tondeggiante esattamente di 6 centimetri di diametro che comportò lo sfondamento della base cranica, del nucleo del cervelletto e la lussazione del rachide cervicale con fuoriuscita di materia cerebrale. Se ne riportano le esatte parole:

“l’oggetto, probabilmente un tubo o una sbarra di metallo, ha colpito la vittima con violenza alla regione parietale destra, poco sopra l’occhio, procurandogli una vasta ferita con fuoruscita di materia cerebrale”.

Il corpo contundente penetrò nella teca cranica per 11 centimetri con andatura antero-laterale e con inclinazione di circa 15 gradi rispetto al piano longitudinale della strada. Il decesso del poliziotto fu pressochè istantaneo. Il medico legale individuò una compatibilità del 95% tra la ferita letale riscontrata sulla vittima e i tubi “innocenti” sequestrati sul posto. 

Inoltre, il professor Staudacher (direttore del reparto di neurochirurgia del Policlinico), dopo il primo esame del cadavere affermò senza mezzi termini (testuali parole):

“E’ stato un vero e proprio colpo di lancia”

Anche in questo caso, a fronte di una valutazione scientifica super partes, molta carta stampata cercò di individuare come causa del decesso la collisione della testa di Annarumma contro il montante metallico del veicolo da lui condotto. E a suffragio di una tale teoria lanciò la prima grande mistificazione storica che ha accompagnato questa tragedia fino ai giorni nostri: l’artefatta confusione sui mezzi occupati dai singoli poliziotti.

– Jeep o gippone? Eccola qui, nella sua semplicità. I veicoli coinvolti nello scontro furono: un Gippone OM52 e una Campagnola AR59. Cosa guidava Annarumma? Chi volle accampare la tesi dell’incidente stradale, sostenne fino allo spasimo la teoria che Annarumma fosse alla guida della Campagnola AR59, la quale riportò i danni maggiori e il cui parabrezza era interamente chiazzato di sangue. Annarumma sbattè contro il montante metallico che costituiva l’intelaiatura del parabrezza. In realtà, a bordo della Campagnola si trovava un Brigadiere del 3° Celere che occupava il posto del passeggero, mentre alla guida si trovava una guardia: entrambi rimasero contusi. Nelle panche posteriori c’erano altre 3 guardie di P.S., a loro volta rimaste contuse nello scontro. Annarumma invece guidava il gippone OM52: non lo diciamo noi, lo dicono le foto scattate subito prima della tragedia ma soprattutto lo dice l’ordine di servizio del 3° Reparto Celere di Milano datato 18 novembre 1969 e che comandava i singoli militari per quel servizio di o.p. dislocandoli nei singoli mezzi. L’autocolonna era composta da una jeep AR59 con a bordo il capocontingente e da 5 gipponi OM-CL e partì dalla caserma “Mediterraneo” alle 4:45 di quel 19 novembre 1969. Ciò non bastò a soffocare il fuoco della menzogna, visto che tuttora la tesi di Annarumma a bordo della jeep viene ancora accampata con forza e seguita con altrettanta veemenza.

Inoltre, un piccolo particolare che però può fare la differenza. Un particolare che era sotto gli occhi di tutti ma che a molti è apparentemente sfuggito. Guardate la foto che ritrae i mezzi coinvolti in primo piano. Cosa notate sul gippone di Annarumma? Il parabrezza lato guida è sfondato, ma all’esterno del veicolo non c’è la presenza di una sola scheggia di vetro. Non credete che, se effettivamente quel vetro fosse stato sfondato da una testata del conducente, almeno qualche frammento si sarebbe dovuto vedere? E invece non c’è assolutamente niente! I vetri sono caduti all’interno del mezzo perchè furono sfondati da qualcosa che proveniva da fuori. Magari, un tubo innocenti……

– Polizia violenta o attacco premeditato? Ecco l’altro aspetto della giornata che fu usato dai negazionisti per accampare la teoria della carica sui manifestanti non ordinata da nessuno e dei poliziotti assetati di sangue. Cosa ci fu in realtà quel giorno, in via Larga? Doveva essere un ordine pubblico tranquillo: si trattava di sovrintendere al regolare svolgimento di una manifestazione indetta dai sindacati presso il teatro Lirico contro il cosiddetto “caro-case”, vale a dire contro l’esagerato rincaro di affitti che non permetteva soprattuto ai meno abbienti di accedere a strutture abitative dignitose. Alla manifestazione parteciparono molti milanesi, come testimoniato dalle cronache della giornata. La colonna del Reparto fu dislocata in posizione defilata, a parecchie decine di metri dal luogo del comizio. Si disse che, a margine del medesimo, un mezzo della Polizia nel fare manovra avesse urtato accidentalmente due passanti provocando una prima reazione sdegnata dei partecipanti. Di questo troviamo traccia nell’articolo de “L’Unità” di giovedì 20 novembre 1969, pag. 4 e intitolato “Un brutale e ingiustificato intervento della Polizia ha provocato i gravi incidenti verificatisi a Milano”, ma soprattutto lo riscontriamo nella trascrizione delle udienze del processo per i fatti di via Larga tenutosi nel successivo mese di gennaio: questo pare abbia scatenato l’ira della folla che circondò minacciosamente i mezzi della Polizia. La manifestazione si concluse entro l’orario stabilito, vale a dire poco prima di pranzo: i manifestanti iniziarono a defluire lungo via Larga in modo ordinato e civile; la Polizia manteneva la sua attestazione a decine di metri di distanza, nessun poliziotto fu visto scendere dai mezzi nè assumere un atteggiamento provocatorio. Anzi, in molti concordarono nel descrivere i mezzi del Reparto che, al fine di garantire un deflusso più regolare, ad un certo momento addirittura retrocedettero. Poi, improvvisamente, l’inferno. Si videro i gipponi azionare le sirene e partire come dei razzi caricando la folla di manifestanti inermi e pacifici. Di lì, i disordini. Letta così, sembrerebbe una reazione assolutamente insensata. Il senso di tutto ciò lo troviamo sempre negli atti dell’istruttoria, sfrondando la cronaca di quei giorni da tutti quei rami secchi che però in modo assolutamente innaturale presero vita a scapito della pianta “buona”. La manifestazione al “Lirico” fu utilizzata da un nutrito e organizatissimo numero di appartenenti alla sinistra parlamentare marxista-leninista per creare disordini. Questi soggetti – fatti di tutt’altra pasta rispetto ai tranquilli manifestanti del Lirico – arrivarono in via Larga già travisati e armati. Molti e inascoltati testimoni asserirono che fu lo stesso servizio d’ordine dei sindacati che cercò per primo di allontanarli provocando le scaramucce iniziali a margine della manifestazione. Ma dovettero cedere. Il cordone di sicurezza sindacalista fu aperto e i giovani rivoluzionari si mescolarono alla folla: il loro obiettivo era uno solo, la Polizia. Fu allora che il Reparto si mosse. Fu allora che iniziarono gli attacchi. Ora, a voler credere ai negazionisti, si videro “…poliziotti che sembravano impazziti, bastava un grido perchè lanciassero bombe lacrimogene: i conducenti delle macchine guidavano con gli occhi sbarrati, tremando…parevano colti dal panico di essere circondati” [da L’Unità del 20 novembre 1969, pag. 4]. Molto più semplicemente, le cariche partirono dopo che all’indirizzo dell’autocolonna furono lanciate pietre e pezzi di asfalto. Se avere paura è un delitto, allora siamo tutti colpevoli; se invece vogliamo analizzare la faccenda sotto l’aspetto tecnico operativo, che a molti piaccia o no la Polizia agì secondo le disposizoni impartite.

 Reazioni. Il decesso di un poliziotto avvenuto in un contesto di ordine pubblico accese il fuoco della protesta sociale che si propagò nelle direzioni più disparate. In sede politica si rilesse l’ennesima trita e ritrita contrapposizione tra il governo in carica e le opposizioni che gridarono per l’ennesima volta “Fascisti, fascisti!”. Al riguardo, mi vengono in mente le parole di un grande politico del passato (Giorgio Almirante) il quale, nel corso di una tribuna politica degli anni Ottanta, zittì il suo interlocutore che lo aveva analogamente apostrofato dicendogli: “Se non ci fosse stato il Fascismo in Italia, voi comunisti vi sareste già estinti perchè non avreste saputo di cosa parlare!”. Gli attacchi all’operato della Polizia si moltiplicarono e crearono un humus fertilissimo in cui venne piantato proprio quel seme del negazionismo che anche oggi ammorba l’assassinio di Antonio Annarumma. Si arrivò al punto di tacciare di falsificazione non solo gli ordini di servizio del Reparto, ma anche le stesse testimonianze rese in istruttoria e le perizie medico-legali; il referto autoptico misteriosamente scomparve, salvo essere poi ritrovato (grazie a Dio) e definitivamente messo agli atti. I negazionisti, insomma, vollero (e vorrebbero ancora) far passare Annarumma per un povero allocco che non seppe gestire la pressione di quel giorno, per un pivello che perse la testa e – nei casi più blandi – per un ragazzino mandato allo sbaraglio alla guida di un mezzo di cui non sapeva niente. Tanto, i morti non parlano. Poco serve fare notare che la guardia Antonio Annarumma aveva sulle spalle già quasi 2 anni di Polizia, che per le tensioni di quell’epoca valevano il doppio. Queste teorie assolutamente fantascientifiche, noi di Polizianellastoria le vogliamo smentire nel modo più categorico impedendo a chiunque di mistificare la figura di un Poliziotto che morì cercando di fare al meglio il proprio lavoro. Ma le reazioni si propagarono anche nelle caserme della Polizia in cui non solo i giovani, ma anche i militari più anziani e addirittura qualche ufficiale iniziarono a ribellarsi ad un sistema e a un regolamento ottocentesco. Iniziarono i primi atti di sabotaggio dei mezzi che dovevano uscire in ordine pubblico, alcune guardie si ammanettarono alle infrastrutture degli alloggi di servizio, un gippone fu scagliato contro la porta del poligono del Reparto e molti si autoconsegnarono. L’episodio più eclatante avvenne proprio all’indomani della morte di Annarumma: due compagnie del 3° Celere si asserragliarono all’interno della “Mediterraneo” rifiutandosi di uscire e sbattendo la porta in faccia addirittura al generale Arista, ispettore generale del Corpo precipitatosi sul posto per sedare la rivolta. Vox populi dice che l’alto ufficiale ricevette per tutta risposta addirittura un paio di sganassoni. Sta di fatto che dovette intervenire il 2° Celere di Padova, già peraltro presente a Milano come aliquota di rinforzo, e che furono sparati candelotti lacrimogeni dentro le camerate per stanare i colleghi dissidenti.

Sul fenomeno delle reazioni viscerali dei poliziotti, riportiamo la testimonianza di Paolo Deotto così come espunta da Storialibera.it:

Quel 20 novembre, saranno state le otto, otto e mezzo del mattino, passavo davanti alla Caserma Sant’Ambrogio, diretto in Università Cattolica. La Caserma e l’Ateneo erano l’una di fronte all’altro. Dalla piazza Sant’Ambrogio vidi arrivare un corteo di pochi studenti, forse poco più d’un centinaio; si vedeva che erano molto giovani, quasi tutti liceali, con gli immancabili “tutor” più grandi che li guidavano. Questi disgraziati ebbero la spudoratezza di sfilare davanti alla Caserma della Polizia gridando uno slogan che ancora ricordo perfettamente: “poliziotto sfruttato, ufficiale ben pagato”. In primis lo slogan era cretino, poiché tutto il personale militare, in genere, era mal pagato. Ma era vergognoso che il giorno dopo che un loro compagno di fede, magari uno che marciava tra di loro, aveva ammazzato un poliziotto, questi avessero il coraggio (o meglio, la mancanza totale di senso morale) per sfilare davanti a una Caserma.
Avvenne tutto in pochi istanti: vidi l’ampio cortile della Caserma riempirsi di guardie che scendevano dagli alloggi; per la maggior parte erano armate, molte col mitra e chiaramente stavano agendo disordinatamente, non certo in base ad ordini. Molti dei poliziotti gridavano, volevano uscire per dare una severa lezione a quei disgraziati giovani. Si sentì gridare: “andiamo a Festa del Perdono, facciamoli fuori”. Vidi ufficiali e sottufficiali sbracciarsi, urlare ordini, e poi i portoni d’ingresso e la porta carraia vennero chiusi velocemente. Mi portai in Chiesa, prima di entrare in Università, e quando ne uscii vidi arrivare alcuni camion di carabinieri, che parcheggiarono nelle vicinanze, mentre la Caserma restava chiusa.
Quel giorno il governo tremò. A Milano erano venuti precipitosamente Restivo, ministro dell’Interno e Rumor, Presidente del Consiglio, insieme al capo della Polizia, prefetto Angelo Vicari, e al comandante generale del Corpo delle guardie di Pubblica Sicurezza, generale Umberto Mantineo.

La risposta del Ministero fu lapidaria. La sera stessa in un breve comunicato dichiarò:

“Non vi è stato alcun episodio di sedizione ma solo manifestazioni di cordoglio per la morte di un commilitone che, pur legittime sul piano umano, hanno assunto aspetti non consoni con la vita militare”.

– Il filmato fantasma. Del momento cruciale dell’assassinio di Annarumma resta dunque solo la testimonianza dei suoi commilitoni, corroborata peraltro dalle risultanze medico-legali. Nei giorni immediatamente successivi alla morte del poliziotto si parlò tuttavia con insistenza di un filmato girato da un cineoperatore francese, nel quale si vedrebbe proprio il momento dell’attacco al gippone e della successiva sua collisione con la Campagnola. Tale filmato – che al momento attuale nessuno ha visionato – pare sia misteriosamente scomparso addirittura dagli archivi RAI ove si disse fosse stato portato per essere riversato in un formato compatibile con le cineprese italiane. Intorno a questo filmato si è detto e scritto di tutto e di più. Ma resta il fatto che non solo nessuno lo ha mai visto, ma anche che questo fantomatico cineoperatore è rimasto sconosciuto, mai identificato. Insomma, un altro fantasma. Anche in questo caso, i detrattori gridarono allo scandalo e alla cospirazione: vi fu addirittura chi affermò di averlo visto e che fu fatto sparire proprio perchè avrebbe confermato la teoria della fatalità, dell’incidente. Ma noi siamo storici, non politici: e soprattutto non crediamo ai fantasmi.

Ora però, a tanta chiacchiera deve seguire anche un riscontro. Tra la marea di materiale cartaceo e fotografico su quella triste giornata abbiamo trovato (grazie al Corriere della Sera) una sequenza di fotografie che tracciano da sole la sequenza degli avvenimenti. Ve la proponiamo sperando che serva soprattutto a restituire alla guardia di P.S. Antonio Annarumma tutto quel rispetto che in troppi gli hanno cercato di togliere.

REPORTAGE FOTOGRAFICO:

 

 

Milano, via Larga. La manifestazione per il diritto alla casa è ormai finita. Il Reparto interviene in risposta agli attacchi ricevuti da un gruppo di marxisti-leninisti che era penetrato nel cordone di sicurezza dei sindacati cercando lo scontro. Nella foto si vede la Campagnola contro cui impatterà il gippone di Annarumma

 

 

Milano, via Larga. Un poliziotto del Reparto Celere, rimasto inspiegabilmente isolato, cerca di sottrarsi alla furia dei manifestanti che lo inseguono.

Milano, via Larga: un’immagine degli scontri ripresa da altra angolazione

Milano, via Larga. Questo è il gippone guidato dalla guardia Antonio Annarumma pochi istanti prima che il poliziotto venisse colpito alla testa da un tubo per impalcature. E’ l’ultima foto prima della tragedia. Ingrandendo la foto si può notare proprio Annarumma che, alla guida, calza ancora il berretto rigido dell’uniforme, così come confermato in istruttoria. E’ importante notare i seguenti dettagli: la Fiat 600  e la 1100 in secondo piano; una guardia intenta a lanciare un lacrimogeno; il parabrezza lato guida del gippone ancora integro; l’individuo vestito di nero, con il giornale in tasca e col braccio alzato, intento a lanciare probabilmente una pietra, visibile sulla sinistra tra le due auto in sosta 

Questa è la foto più significativa e si riferisce con ogni probabilità al momento immediatamente successivo all’assassinio di Annarumma: lo si desume dalla stretta sequenza temporale ravvisabile nei seguenti particolari: la presenza della stessa Fiat 600 e della 1100 della foto precedente ritratte nella medesima posizione; i residui di fumo della bomba lacrimogena lanciata sotto al ponteggio; il gippone con il vetro lato guida stavolta in frantumi. E’ importante notare l’uomo vestito di scuro (pressoché identico a quello ritratto nella foto precedente col giornale in tasca) e immortalato di spalle mentre sta fuggendo: alla sua destra, in terra, vi è un tubo “innocenti”… Si tratta forse dell’assassino? E’ verosimile che dopo il lancio del lacrimogeno Annarumma si sia girato con il suo gippone per tornare indietro e che in quel frangente sia stato colpito. Certo, resta una supposizione, tuttavia proponiamo alcuni spunti di riflessione sui quali vale la pena di soffermarci.

Milano, via Larga. La tragedia si è conclusa. Il gippone di Annarumma e la Campagnola ormai abbandonati vengono assaltati dai manifestanti. L’individuo in impermeabile bianco brandisce proprio uno dei tubi “innocenti” usati per l’assassinio.

Milano, via Larga. La stessa immagine ripresa con un’angolazione più ampia.

Milano, via Larga. Uno degli occupanti del gippone di Annarumma cerca di mettersi in salvo subito dopo lo scontro con la Campagnola

La stessa scena vista da un’altra angolazione. Si noti a sinistra un OM Tigrotto del Reparto intervenuto con i rinforzi e la stessa Fiat 600 ripresa nelle altre foto

Milano, via Larga: i rinforzi giunti dal Reparto ai colleghi del contingente di cui faceva parte Antonio Annarumma

Milano, via Larga: dopo l’arrivo dei rinforzi gli scontri continuano

Milano, via Larga: ecco il gippone di Annarumma ripreso dal lato passeggero e la Campagnola contro cui si è scontrato

Milano, via Larga: la stessa foto ripresa da un’altra angolazione. Si noti il finestrino lato guida del gippone sfondato: non ci sono tuttavia vetri all’esterno….

Milano, via Larga: ecco una panoramica dei numerosissimi tubi per impalcatura utilizzati nell’attacco alla Polizia e il cui impiego viene tuttora negato da tanta parte negazionista

Milano, 21 novembre 1969: due momenti dei funerali di Antonio Annarumma

Per la redazione Cadutipolizia e Polizianellastoria: Gianmarco Calore

Fonti consultate:

– archivio fotografico Corriere della Sera

– archivio fotografico L’Unità

– cineteca RAI, Radiotelevisione Italiana

– A. Serra – “Poliziotto senza pistola”, Bompiani 2006

 

 

 

 

 

 

 

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